A proposito dei Corpi Civili di Pace e dei loro collegamenti con l’esercito, il servizio civile e la Difesa Popolare Nonviolenta *
Maggio 1, 2008
Uno dei problemi più importanti dell’umanità, se non vogliamo distruggere il nostro pianeta attraverso guerre “infinite” e rischi, ancora più grandi, di una ecatombe nucleare, è quello di mettere in moto un buon sistema di previsione dei conflitti armati, ed ancora di più di riuscire a collegare il sistema di previsione con un valido intervento di prevenzione degli stessi. I Corpi Civili di Pace erano stati appunto previsti a livello europeo da Alex Langer, ed riconosciuti dal Parlamento Europeo (rapporto Bourlanges/Martin, 17/5/1995) come strumento di prevenzione dei conflitti armati con “il compito di addestrare osservatori, mediatori e specialisti nella risoluzione dei conflitti” , Altre risoluzione approvate successivamente, o convegni apposito su questo tema, hanno precisato che questi Corpi Europei Civili di Pace avrebbero contribuito alla prevenzione dei conflitti armati in quanto preparati ad intervenire prima di una esplosione di un conflitto per cercare di trovare delle soluzioni nonviolente allo stesso, o durante di esso, per interporsi nonviolentemente tra le due parti e dare spazio a trattative politiche, ed infine, dopo il conflitto, per un lavoro di riconciliazione tra le due parti che si erano combattute reciprocamente (Segreteria della Difesa Popolare Nonviolenta,1996). Purtroppo il passaggio da questo primo documento,ed anche da quelli successivi, alla realizzazione concreta dei Corpi Civili di Pace procede molto lentamente. Questa relazione cerca di vederne alcune delle cause e di fare alcuni chiarimenti che possano accelerare il percorso necessario.
L’esercito , gli aiuti umanitari, e la prevenzione dei conflitti armati
Il primo e forse più importante ostacolo è quello delle pretese dell’esercito e delle forze armate in generale di essere gli unici accreditati, e preparati, ad intervenire in situazioni di conflitto armato, e questo addirittura facendosi dare anche compiti di aiuti umanitari.
Infatti, per giustificare l’intervento del nostro paese nella seconda guerra dell’Iraq si è molto sottolineato l’impegno dei nostri militari in attività umanitarie (scuole, ricerche archeologiche, assistenza agli inabili, ecc.;ecc.)., mostrate molto spesso dalle nostre televisioni . Ma se si prende in analisi questo intervento le notizie sulle cifre rispettive davano, per i primi tempi, le spese per aiuti al 10% della spesa totale dell’intervento (intervista a Venerdi di Repubblica del Generale Angioni) , ed in seguito, con l’aggravamento della situazione in quel paese, si è parlato di solo il 5% della spesa specifica, ed una inchiesta dell’Espresso parla addirittura di solo 1% .. Ed anche il India, dopo lo tsunami, è avvenuto qualche cosa del genere. L’India, infatti, che è uno dei paesi del mondo che spende più in armamenti, e che, recentemente, si è anche munito della bomba atomica, ha spesso dato all’esercito, ben munito di attrezzature e di personale, proprio il ruolo di aiuto alle vittime dello tsunami, trascurando del tutto le ONG di ispirazione gandhiana che sono presenti in tutto il territorio ma con pochi soldi e pochissime attrezzature.
* testo rivisto con la collaborazione di Raffaele Barbiero, di Alon- Forlì.Cesena, associazione facente parte dell’: IPRI-Rete Corpi Civili di Pace
Come mai questo travisamento della funzione principale dell’esercito, che è quello di fare la guerra, dando a questo i compiti di aiuti umanitari? Secondo la Schweitzer, che ha guidato un approfondita ricerca sulla fattibilità di Forze Nonviolente di Pace , (Schweitzer 2000, p. 149 e segg..) [L’’Esercito] ha le risorse materiali necessarie per un efficace dispiegamento – sia le attrezzature (aerei, navi,camion, ecc.) e un accesso alla moneta molto buono e facile, quasi illimitato in rapporto ad altri attori governativi e non governativi – ha buone risorse di personale (anche senza la coscrizione) e facilità di formazione – sempre disponibili in breve tempo, essendo una forza stabile- ha una grande quantità di conoscenze speciali e competenze specifiche riguardo a movimenti e sicurezza”. Ma la studiosa che ha diretto questa ricerca, ponendosi il problema del perchè molti stati decidono di mandare una missione militare piuttosto che una civile, dà, tra le altre, le seguenti ragioni: “I politici necessitano di una giustificazione per il fatto che una gran parte del bilancio annuale è dedicato alle spese militari – l’influenza di importanti gruppi di pressione come la lobby dell’industria degli armamenti. Essi hanno bisogno che vengano usati i militari perché questo crea nuove domande di armamenti” E nel proseguo della ricerca mostra come molte delle attività condotte attualmente dai militari potrebbero essere portate avanti, in mondo molto più valido, da civili, se una parte delle spese militari fossero dirottate su questo tipo di interventi.
E che dire poi della prevenzione dei conflitti armati? Da questo punto di vista uno dei fatti più illuminanti è emerso durante un Convegno su “ Intervento civile: una opportunità per la pace”. tenuto a Parigi nella Sala Colbert del Parlamento Francese (26 / 27 ottobre, 2001) Il colloquio era organizzato dal Comitato Francese per l’intervento civile di pace, e dall’Istituto di Ricerca sulla Risoluzione Non-violenta dei conflitti. Quest’ultimo è un centro di ricerca diretto da J.M. Muller, ed al quale partecipano altri noti studiosi francesi come J. Semelin. Del Comitato organizzatore facevano parte molte organizzazioni francesi che fanno interventi di questo tipo all’estero.
Al convegno hanno partecipato anche il Ministero degli Affari Esteri, con alcuni membri della Commissione Parlamentare su questi temi, il Ministero francese della Difesa, che ha inviato due suoi esperti, la Comunità Europea, l’OSCE, e le Nazioni Unite che hanno inviato a relazionare dei loro dirigenti. Nel convegno c’è stato un dibattito molto franco tra le componenti istituzionali e quelle delle ONG che partecipavano all’incontro. Il Ministero della Difesa francese ha preso atto della importanza dell’intervento civile tanto da creare al suo interno anche due dipartimenti: uno sull’intervento militare-civile e l’altro su quello civile-militare. Ma concepisce questo tipo di intervento come subordinato a quello militare. Nelle parole di un suo rappresentante “l’intervento civile è spesso fatto grazie a mezzi ed attrezzature messe a sua disposizione dai militari”. Mentre le ONG organizzatrici hanno insistito sulla necessità di una completa autonomia dell’intervento civile da quello militare che partono, nelle parole di J.M. Muller, il principale organizzatore del convegno, “da due logiche completamente diverse”, non escludendo una loro complementarietà e collaborazione, ma sullo stesso piano e non subordinando quelle civili a quelle militari. Questo problema è emerso chiaramente anche nel dibattito tra uno dei due esperti del Ministero della Difesa ed il pubblico. Nella sua relazione questi aveva detto chiaramente che nei momenti di crisi internazionali si possono ipotizzare tre fasi: 1) la prima è quella dell’intervento armato; 2) la seconda quella della ricerca di soluzioni politiche; 3) la terza quella della ricostruzione. L’intervento dei civili viene visto come importante soprattutto nella seconda e la terza fase. Alle rimostranze di alcuni dei partecipanti al colloquio sul fatto che così si metteva del tutto in secondo piano una delle fasi più importanti del conflitto, quella nel quale l’intervento di corpi civili di pace può essere più cruciale, e cioè la prevenzione della scalata del conflitto e dell’esplodere del conflitto armato, che deve venire prima delle tre fasi su delineate, l’esperto in questione prima non ha risposto, glissando sull’argomento; poi, sollecitato a voce dal pubblico presente a dire la sua su questo argomento, ha riconosciuto l’importanza della questione ma ha detto che questo è un problema politico che deve essere risolto, non dal suo ministero, ma in sede parlamentare e governativa. Ma ha anche aggiunto che, secondo lui, il dibattito politico sull’intervento militare o meno, e sulla prevenzione dei conflitti armati, era estremamente carente a livello del Parlamento Francese e che loro (i militari) avrebbero preferito un maggiore approfondimento di questa tematica che sembra invece messa in secondo piano anche dagli stessi politici. Ed ha fatto capire che anche loro, i militari, avrebbero preferito un maggiore approfondimento del tema prima di essere costretti ad intervenire con le armi, ed anche a mettere a rischio la propria vita. Se pensiamo al dibattito che in quegli stessi giorni (era il momento della decisione sull’intervento militare in Afghanistan) si era tenuto al Parlamento italiano, ed all’appiattimento di questo, a stragrande maggioranza, su posizioni di appoggio all’intervento del nostro paese nella guerra, senza tenere in alcun conto, ad esempio, delle proposte dei Talebani di consegnare Bin Laden, ma perché venisse processato da un Tribunale veramente neutrale (proposta rifiutata sdegnosamente dagli USA che volevano processarlo loro stessi), non c’è che da dargli ragione e vedere la pochezza di questo dibattito anche nel nostro paese.
Ma se si va a vedere i documenti sul convegno pubblicati sulla rivista “Alternatives Nonviolentes” (n.124, 2002) di questa dichiarazione del generale rappresentante del Ministero della Difesa Francese sul desiderio dei militari, prima di essere mandati in guerra, che si affronti più seriamente, a livello politico, il problema della prevenzione dei conflitti armati non c’è alcuna traccia. E’ chiaro che dichiarazioni di questo tipo i militari stessi non possono farle,e se le fanno, come in quel caso, le devono nascondere.
I Corpi Civili di Pace e gli aiuti umanitari
Per il caso del Libano sta succedendo invece un altro equivoco. Tutti parlano dell’importanza di mandare in questa area non solo i militari, questa volta effettivamente sotto l’egida dell’ONU, ma anche i Corpi Civili di Pace. C’è la tendenza opposta, quella cioè di credere che qualsiasi cosa facciamo i civili in quella area, e perciò anche attività di aiuto umanitario, queste verrebbero ad essere compiti di Corpi Civili di Pace. Questo equivoco è stato anche influenzato dallo statuto della Comunità Europea, non approvato per il referendum fallito in vari paesi europei, ma che, secondo quanto si dice, verrebbe riproposto in termini abbastanza simili. In questo infatti si parla dell’opportunità di costituire dei Corpi Europei Civili di Pace, ma si colloca questa operazione nel settore degli aiuti umanitari. Cosa che, oltre che dalle organizzazioni che si occupano di questo tipo di interventi, è stata contestata anche dalle organizzazioni umanitarie stesse che non vogliono che i due tipi di lavoro vengano confusi tra di loro, e che, talvolta, almeno alcune di loro, si sentono più sicure ad essere sotto scorta dei militari che di Corpi Civili nonarmati. Bisogna dire che anche Gandhi, tra i compiti previsti per gli Shanti Sena (Corpi di Pace indiani), vedeva anche gli aiuti in caso di emergenza umanitaria. Bisogna tener conto che quando Gandhi scriveva queste cose non esistevano assolutamente, ed in India non esistono tuttora, organismi tipo la Protezione Civile che, in molti paesi, compreso il nostro, intervengono abbastanza efficacemente appunto in caso di emergenze civili. Per capire le differenze tra questi due tipi di lavoro è bene partire dalle esperienze pregresse. Le organizzazioni che hanno operato, molte delle quali stanno tutt’ora operando, in varie parti del mondo, con modalità che cercano di anticipare quelli che dovrebbero essere i compiti precipui di corpi civili di pace , hanno svolto o svolgono attività di questo tipo: l’appoggio ai gruppi locali, in situazioni di pre-conflitto o di conflitto aperto, che utilizzano gli strumenti della nonviolenza per la difesa dei propri diritti; l’accompagnamento continuo di persone minacciate dagli “squadroni della morte”, o comunque a rischio; l’organizzazione di vere e proprie ”Ambasciate di Pace” in quelle località per studiare a fondo i problemi connessi alla possibile esplosione del conflitto e per cercare di trovare delle vie per una soluzione pacifica prevenendone l’esplosione; l’attivazione di incontri tra le parti in conflitto per cercare delle soluzioni concordate; l’ organizzazione di marce o di interventi di molte persone, per un periodo di tempo limitato, per appoggiare iniziative di pace delle due parti, e drammatizzare la situazione in modo da stimolare un intervento responsabile della comunità internazionale; l’osservazione della regolarità di elezioni e del rispetto dei diritti umani; la formazione alla nonviolenza, al rispetto dei diritti umani, al dialogo interetnico e alla riconciliazione di membri attivi della società civile dei due contendenti, tentando di unirli anche nella fase della formazione, e cercando, con loro, delle possibili soluzioni al conflitto stesso. Invece le organizzazioni umanitarie tradizionali si occupano, normalmente, di: assistenza a fasce deboli della popolazione (bambini, anziani, handicappati, donne in stato di gravidanza o con bambini piccoli,ecc.); aiuto alla ricostruzione di case, o di strutture di servizio (scuole, ospedali, centraline per la potabilizzazione dell’acqua, ecc.) distrutte da catastrofi o dalla guerra; cura, in loco o all’estero, se necessario, di malati o di feriti; la distribuzione di viveri, o in natura, o sotto forma di cibo cotto, a persone sotto il livello economico di sussistenza; l’aiuto a fasce deboli della popolazione (ad esempio donne-vedove) per lo sviluppo di attività che creino guadagno (ad esempio dando a queste una o più mucche da allevare, dalla quale trarre il latte per i loro bambini, e nello stesso per venderlo in parte ed avere un piccolo reddito aggiuntivo,) o l’offerta a categorie deboli di prestiti finanziari per piccoli investimenti produttivi ,con basse spese di interesse (si pensi al banchiere dei Poveri, Yunus, che ha avuto anche il Premio Nobel per la Pace) ; e simili. Tutte attività estremamente importanti, da non sottovalutare, ma che rischiano, se non studiate seriamente, e non ben calibrate, di rendere le popolazioni dipendenti dagli aiuti esterni, e non aiutarle ad essere autonome. D’altra parte se non si prevengono, a monte le guerre ed i conflitti armati (Langer, 1991) il numero di persone bisognose di aiuto aumenta continuamente e si dà vita perciò ad un “pozzo senza fondo” .
Da questo punto di vista è bene tener presente che i due tipi di attività su indicate, pur importanti tutte e due, hanno una differenza di fondo: quelle dei Corpi Civili di Pace sono orientate alla prevenzione dei conflitti armati, ed alla ricerca di soluzioni alternative alla guerra ed alla lotta armata; quelle umanitarie alla difesa delle fasce più deboli della popolazione, per evitare una loro morte per fame, e permettere loro di sopravvivere alle carestie ed alle guerre. Che tra questi due tipi di interventi ci siano importanti interconnessioni, è chiarissimo. Questa interconnessione emerge con grande chiarezza da un detto dell’Abbè Pierre, un prete francese che si è molto dedicato all’aiuto delle fasce emarginate della società, che scrive: “Aiuta subito chi ha bisogno, ma lotta contro le cause del suo bisogno: ognuna di queste due attività non può essere trascurata senza rinnegarsi a vicenda”. E’ chiaro che se non si lotta contro le guerre, prevedendole e prevenendole, a causa delle loro distruzioni di persone e di beni, il numero di persone senza casa, senza lavoro,e senza un minimo di sussistenza, spesso anche rifugiate in altri paesi perchè profughi, aumenterà notevolmente; ma se non si aiutano subito queste persone in disgrazia ed in condizioni di vita miserevoli, questo stato farà crescere tra di loro, o la loro estrema alienazione e passività tanto da renderle eterne dipendenti dagli aiuti esterni, oppure un senso di ribellione verso gli altri, quelli che stanno bene, tanto da convincerli ad usare o il terrorismo o la ribellione armata, od anche la criminalità, per uscire dal loro miserevole stato. E questo a sua volta incrementerà le lotte armate e la violenza. Ma questi interconnessioni reciproche non significano che necessariamente questi due tipi di attività debbano essere portati avanti insieme. Alcune organizzazioni ci sono riuscite, tra queste sicuramente i “Medici senza frontiera” ed “Emergency”, ma molte altre si limitano, perché è più facile trovare i fondi per questi problemi dato che la gente si commuove vedendo le persone in stato di bisogno, a svolgere attività di aiuto umanitario, e l’attività di previsione e prevenzione dei conflitti armati viene spesso del tutto trascurata. Secondo i nostri calcoli per la prevenzione della guerra del Kossovo si è speso solo un Euro ogni 140 spesi per fare la guerra e per gli interventi umanitari subito dopo la guerra stessa, e le spese per la prevenzione sono state soprattutto fatte aa ONG e non dagli stati stessi che si sono impegnati nella guerra (L’Abate, 1997,1999). D’altra parte queste due tipi di attività richiedono anche capacità e conoscenze diverse, per l’aiuto umanitario spesso può bastare una buona volontà ed un buon cuore, e qualche capacità organizzativa; per la previsione, la prevenzione dei conflitti armati, o per le altre attività previste per i Corpi Civili di Pace, ci vuole una grande preparazione umana e sociale, e molte conoscenze sui modi per risolvere nonviolentemente i conflitti, per mediarli o per trasformarli creativamente. E queste competenze sono molto più difficili a trovare, e richiedono, oltre all’impegno personale, anche una professionalità specifica.
Quali possibili strategie per accelerare la nascita di veri e propri Corpi Civili di Pace?
Abbiamo già detto che i Corpi Civili di Pace tardano ad essere costituiti, e si preferisce invece potenziare, anche a livello europeo, la risposta militare alle crisi, pensando che questo sia il modo giusto di procedere,il che, secondo noi, non è vero. Cercheremo perciò di vedere come è possibile incentivare questo processo che procede così lentamente. Visto che si sono fatti passi molto ridotti nell’organizzazione dei Corpi Europei Civili di Pace di cui pure si parla nel Trattato della Costituzione, ma con gli equivoci su accennati, e che anche l’Ulivo, attualmente al governo nel nostro paese, ne accenna nel suo programma, sembra importante elaborare una strategia per sviluppare la coscienza dell’importanza di questo strumento, e per implementarne la loro realizzazione.
Ma quali le possibili strategie? Un ricercatore per la pace australiano che ha studiato a fondo come sradicare la guerra (Martin,1990) individua, per questo compito, tre possibili strategie:
La strategia politica tradizionale. Questa prevede la sostituzione della classe dirigente che sia contraria ad una politica di pace, con un’altra più aperta a questi problemi e decisa ad invertire la rotta. Questo può, normalmente avvenire o attraverso una rivoluzione (disarmata e nonviolenta, perché, nel caso fosse armata la pace si allontanerebbe), o attraverso il voto. L’obbiettivo è quello di cambiare il gruppo al potere mandando al suo posto uno più aperto ai problemi della pace . Questa strategia può avere effetti positivi quando riesce, senza l’uso delle armi e senza morti e distruzioni, a portare al potere una classe politica meno corrotta e più determinata a battersi contro i meccanismi della “macchina bellica mondiale”. Ma ha due grossi difetti: 1) rischia di far sottovalutare i meccanismi costringenti che impediscono ai governi nazionali di essere realmente autonomi nelle loro prese di decisione. Ad esempio di questo può essere richiamata l’esperienza del nostro paese in rapporto alla guerra del Kossovo. In questa le sinistre al governo hanno dovuto tener conto, come dice D’Alema, allora prima ministro del nostro paese, nella sua intervista sul Kossovo, a giustificazione del nostro intervento nella guerra (D’Alema, 1999), , che “nella difesa e nella politica estera, la sfera decisionale è ormai particolarmente complessa, si combinano elementi sopranazionali e meccanismi formali intergovernativi. Chi rappresenta l’Italia decide insieme ad altri, può essere messo in minoranza ed io credo debba con responsabilità accettarla… Il rischio peggiore –continua – è stare in un paese che non conta niente, espulso dai luoghi dove si decide. Questo è un caso in cui l’eccesso di democrazia apparente ti preclude la democrazia vera, perché ti emargina dalle sedi dove si decide anche per te”: (ibid. p.37). “Questo sembra significare, in altre parole – scrivevo io in un mio libro precedente (L’Abate, 2001, p.26) – che l’appartenenza alla NATO sospende, o almeno riduce notevolmente, le regole democratiche del nostro paese, subordinandole appunto alle decisioni prese in altre sedi in cui gli interessi militari-strategici di altri paesi possono prevalere su quelli dei cittadini italiani. Che significa questo se non che di fronte alle decisioni di fare la guerra e la pace la democrazia è ormai una parola vuota?” A conferma di questo D’Alema aggiunge: “La delega a pochi è una condizione di funzionamento della democrazia moderna. Viviamo in un’epoca in cui il circuito delle decisioni non è più nazionale (ibid. p.38) ”. Come si vede la tesi di D’Alema, autorevole rappresentante della sinistra ed attuale ministro degli Esteri del governo Prodi, è esattamente il contrario di quanto sostenuto da Aldo Capitini (Capitini, 1969,1999), da pianificatori come John Friedmann (Friedmann,1993, 2004), e ripreso anche in molti dei lavori dei Forum Mondiali, e cioè che bisogna superare la democrazia puramente delegata per arrivare ad una democrazia come partecipazione, al ”potere di tutti” capitiniano, o alla “democrazia inclusiva” di Friedmann (ibid.). Questa limitazione di libertà, e questa impossibilità a portare avanti una politica veramente innovativa, a causa di queste costrizioni internazionali, può portare alla delusione da parte della popolazione nel vedere la difficoltà di agire a livello di un singolo paese contro mali che affliggono l’umanità intera, e contro un sistema che rischia di stritolare o annullare la volontà rinnovatrice di un gruppo o di una classe. E questo, a sua volta, può provocare una reazione del pubblico che non si rende conto dei reali condizionamenti e che perciò può votare per rimandare al potere la classe dirigente di prima. 2) Il secondo grosso limite di questa strategia, secondo Martin, è quello che non mette in discussione la struttura di potere di tipo verticistico basato sulla delega, che impedisce forme di partecipazione di base più intensa e decentrata che potrebbero permettere un valido rapporto tra base e vertice, un controllo reale della classe dirigente da parte della popolazione, ed anche forme di difesa del paese nonviolente (Drago, 2006), che implicano una grossa partecipazione ed impegno popolare, sia nel caso di attacchi esterni, sia in quelli di golpe interni.
La seconda strategia indicata da Martin è quella più frequentemente messa in funzione dal movimento per la pace italiano. E’ quella dell’organizzazione di forme di pressione dal basso che “costringano”, o “consiglino”, il potere a fare concessioni, sociali economiche e politiche, nelle direzioni auspicate dai movimenti per la pace e per la solidarietà. I limiti citati per la prima strategia valgono anche per questa in quanto accetta la struttura di potere attuale (sostanzialmente centralizzata e verticistica) ed agisce molto limitatamente per modificarla.
La strategia più valida, secondo questo studioso, per lottare validamente per la pace e la giustizia sociale è invece la terza. Questa prevede non tanto di chiedere o premere perché altri, il potere, faccia quello che noi riteniamo importante sia fatto, ma l’organizzarsi a livello di base per farlo noi stessi. Senza “aspettare Godot”, si potrebbe dire ricordando la commedia omonima. Questo comporta un grosso lavoro per organizzare quelli che potrebbero essere chiamati dei veri e propri contropoteri, ma che si dovrebbero invece chiamare “poteri reali di base”. Nell’immagine della rivoluzione russa questi erano i “soviet”, in quella degli anarchici spagnoli nella resistenza al fascismo i “gruppi di affinità”, nell’immagine del potere di tutti capitiniano è lo sviluppo di “organismi di autogestione” nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle campagne, od anche all’interno di singole categorie professionali. Nella concezione capitiniana, come sottolinea giustamente Bobbio (introduzione a Capitini, 1999,2005), questi organismi non devono sostituire la democrazia parlamentare, ma si presentano come una aggiunta a questa, per renderla più vicina alla popolazione che ha il compito importante di controllarne il valido funzionamento. Esempi di organismi che hanno portato avanti un lavoro di questo tipo, molto importanti proprio per una azione nel campo della pace, sono il lavoro di Danilo Dolci in Sicilia che, lavorando a stretto contatto con la popolazione locale in una forma di programmazione partecipata, ha portato a migliorare le condizioni di vita della popolazione di una zona piuttosto vasta attraverso la costruzione della diga sul fiume Iato (Dolci, 1964,1968,1972 ), oppure organizzazioni tipo i “medici contro la guerra” nella quale i medici stessi si organizzano per lottare contro la guerra e per cercare di prevenirne l’esplosione, oppure gli “insegnanti per la pace e per la nonviolenza”, o organismi di autogestione che si sono creati nell’università o nelle scuole secondarie superiori, al tempo delle occupazioni. Ed anche i “centri sociali autogestiti”. Altri esempi sono le organizzazioni di base non governative che lottano contro la droga (ad es: il Gruppo Abele), per la solidarietà con il terzo mondo (ad es: Mani Tese, Cospe, Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano – Pisa, ecc:), o per lo sviluppo di metodi di lotta nonviolenti (come il MIR, il MN, Pax Christi, ecc.), o quelli che portano avanti lotte nonviolente ambientaliste (es. Greenpeace, ecc.).
Ma troppo spesso questi organismi si chiudono nel loro interesse settoriale e particolare, e non portano avanti una politica comune che trascenda i propri campi e le proprie specifiche competenze. Un tentativo di superare questi particolarismi è quello Rete di Lilliput cui aderiscono moltissime organizzazioni di base del nostro paese . Una strategia di questo genere, che lavora dal basso per fare le cose che il potere trascura cercando però anche di stimolare il potere perché questo sia più attivo (unendo nel loro lavoro perciò anche elementi della seconda strategia su accennata) ha molte più possibilità di agire a fondo nel nostro sistema sociale perché, nell’agire, modifica anche la struttura di potere centrale portando, da una parte, ad un suo decentramento reale alla base, e dall’altra, grazie alle pressioni di base, può aiutare il potere centrale, se questo è attento e capisce l’importanza di questo modo di agire, a contrastare le scelte (o almeno a non farsene influenzare eccessivamente) di quelle organizzazioni internazionali (Banca Mondiale, F.M.I., multinazionali, Nato) che sono parte integrante della macchina bellica ed elementi portanti del “circolo vizioso” della guerra di cui ho parlato in altri miei scritti.(L’Abate, in Cavagna, 1996)
I Corpi Civili di Pace e la diplomazia dal basso
Un lavoro comune tra tutte queste forze ed organismi di base che non si limitino ad attività puramente umanitarie ma desiderino contribuire anche alla prevenzione della guerra e dei conflitti armati, potrebbe rendere effettiva la proposta di una valida diplomazia popolare, dell’apertura di vere e proprie ambasciate di pace, o dell’organizzazione di Forze Nonviolente di Interposizione (o Corpi Civili di Pace) che intervengano in situazioni di conflitto, come ha fatto Mir Sada nella Ex-Jugoslavia, o la Campagna Kossovo in questa area dei Balcani, e come stanno cercando di fare la W.R.1. (Internazionale dei Resistenti alla Guerra), I’ I.F.O.R. (Movimento Internazionale per la Riconciliazione), o l’Associazione Giovanni XXIII ed i Berretti Bianchi in Israele–Palestina, ed infine anche l’IPRI-Rete dei Corpi Civili di Pace (in cui confluiscono molte di queste organizzazioni) con un suo progetto di intervento di Corpi Civili di Pace nel Medio Oriente (Libano, Palestina, Israele). E’ solo facendo dal basso una politica nuova e coraggiosa che potremo, in un futuro speriamo non troppo lontano, avere istituzioni nazionali ed internazionali che agiscano anche loro per la progressiva rottura del circolo vizioso della guerra.
Un altro aspetto importante di questa strategia è quello del doppio binario, e cioè di un lavoro fuori e dentro le istituzioni che riesca ad unire, in modo sinergico, gli sforzi per modificare la situazione che emergano sia all’interno che all’esterno delle istituzioni stesse. Da varie esperienze avute, nelle lotte in Maremma contro le centrali nucleari, o contro l’impianto di missili di primo colpo, come i Cruise a Comiso, utilizzabili solo per attaccare e non per difenderci, in contrasto perciò con l’art.11 della nostra costituzione repubblicana, ne ho tratto l’insegnamento che, per raggiungere un valido cambiamento sociale, bisogna avere un doppio binario (per utilizzare la metafora dei treni). E cioè la presenza di persone esterne all’istituzione che lottino per cambiare i progetti istituzionali che esse ritengono errati, ma avendo anche persone interne a quelle stesse istituzioni che appoggino queste lotte e cerchino, dall’interno, di modificare le decisioni spesso già prese senza tener conto delle esigenze della base. Il cambiamento reale viene sia dalla pressione esterna, che è molto più forte e valida se i gruppi hanno scelto la terza strategia e se perciò queste organizzazioni hanno già esperienza di modi alternativi di operare in quel settore, sia dall’iniziativa interna alle istituzioni che dovrebbero operare in quel campo ma che spesso si lasciano trascinare da esigenze o di singoli partiti, o di alleanze , o di organismi sopranazionali spesso monopolizzati da interessi non sempre chiari o legittimi (ad esempio le multinazionali, la Banca Mondiale, o la politica elettorale degli USA) . Se questi due binari si rinforzano a vicenda possono riuscire a modificare la situazione precedente. Questo doppio binario permette anche di influire sulla burocrazia, permettendo di renderla meno “burocratica”, meno rigida e servile, dando a questa la possibilità di confrontarsi con il movimento di base e con le sue istanze e problemi. C’è infatti un estremo bisogno, per andare verso una società migliore e più valida, di una burocrazia più aperta al dialogo ed alla messa in discussione di se stessa. In una parola si potrebbe dire: organizzazione si, burocrazia no.
Corpi civili di pace professionali o volontari?
Se si viene a parlare dei Corpi Civili di Pace si pone subito il dilemma: questi dovrebbero essere composti da professionisti che fanno questo tipo di attività come lavoro a tempo pieno e sono preparati espressamente per questo ruolo, oppure da volontari come quelli che, all’interno di alcune delle associazioni di cui abbiamo parlato, si sono già impegnati da tempo, e spesso anche in luoghi diversi , in questo tipo di lavoro? La risposta a questo quesito riporta a quanto abbiamo detto prima sul “doppio binario”. Anche se alcune delle associazioni hanno personale pagato che lavora a pieno tempo, ed anche una delle associazioni che fa interventi di questo tipo in situazioni di conflitto come “Nonviolent Peace Force” dà agli operatori che intervengono nei suoi progetti un salario, non paragonabile a quello delle Organizzazioni Internazionali Governative, ma sufficiente a mantenere l’abitazione e la famiglia del volontario stesso, un corpo civile di pace come quello di cui si parla a livello europeo che, in una prima ipotesi fatta in uno degli incontri di studio preliminari in Austria, è stato quantificato ad un minimo di 1000 ed un massimo di 2000 persone, non potrebbe essere formato da volontari ma richiede, sia per i salari che per le attrezzature necessarie (auto, strumenti di comunicazione, aerei, ecc.) un investimento notevole che nessuna delle organizzazioni che lavora in questo campo ha attualmente a disposizione. Dovrebbe perciò essere gestito direttamente dalla Comunità Europea ed avere personale, ben preparato appositamente, che fa questo tipo di lavoro a pieno tempo, ed a tempo prolungato (anche tutta la vita). E perciò deve essere formato necessariamente da professionisti, ma questo sicuramente non basta. I limiti di un contingente di questo tipo sono di due tipi: uno numerico ed uno politico. Partendo da quello numerico 1000 o 2000 persone possono essere molte, od anche troppe, in certe situazioni, ed in certi paesi, ma possono anche risultare non sufficienti in altre circostanze. Se si va a vedere infatti i vari casi di interposizione nonviolenta in conflitti armati che hanno avuto successo (L’Abate, in Drago, Soccio, 1995) in alcuni casi le persone che sono intervenute, ed hanno portato alla fine del conflitto armato erano poche migliaia (Algeria, 1961), ma in vari altri casi il loro numero era molto superiore e si aggirava sulle 60.000 (Cina,1968), ed anche oltre 100.000 (Filippine,1986). L’aumento del numero delle persone impiegate a pieno tempo in questo campo non risolverebbe del tutto questo problema a causa del secondo limite: quello politico. Infatti l’elemento importante per il successo delle iniziative su indicate non è stato tanto il numero in sé quanto la caratteristica delle persone impegnatesi. In tutti questi casi la caratteristica delle persone che si erano intromesse tra le due parti in conflitto per chiedere la fine dei combattimenti (con cartelli e scritte del tipo “di sangue ne abbiamo versato anche troppo” “basta sangue, usate la ragione e non le armi!,” ecc.) era quella di essere persone legate alle due parti da legami di parentela (padri, madri, figli, o altri parenti ) (Algeria, Filippine), oppure da legami politici- ideologici (operai delle fabbriche e contadini – ispirati, sembra, dallo stesso Mao – nel caso del conflitto, in Cina, tra studenti di due fazioni maoiste in conflitto l’una con l’altra). Le persone coinvolte direttamente in prima persona in un conflitto, non accetterebbero facilmente l’aiuto di persone esterne, ad esempio di un Corpo di Pace Europeo di tipo professionale che sia intervenuto per sedare il conflitto, appunto per la caratteristica diversa delle persone impegnate (professionisti da una parte /semplici cittadini dall’altra), mentre sarebbero sicuramente più pronti ad accettare l’aiuto di Corpi Civili che fossero composti da volontari, e che perciò non guadagnino dall’intervento ma lo facciano per ragioni umanitarie e di solidarietà con le popolazioni stesse coinvolte nel conflitto. Inoltre professionisti stipendiati, proprio per il ricatto del salario, sono costretti a seguire la politica di chi li paga, in questo caso dell’Unione Europea, politica che potrebbe essere vista dalle popolazioni locali come avere interessi suoi propri non necessariamente comuni a quelli delle popolazioni in conflitto. Da lì una certa diffidenza e distacco, e notevoli difficoltà a collaborare insieme. Istruttiva a questo riguardo è l’esperienza dei Corpi di Pace statunitensi che spesso, dalle popolazioni locali, venivano visti non come dei veri collaboratori ma come una lunga mano della politica USA nei loro riguardi, e che venivano spesso considerati degli strumenti dello spionaggio della CIA, e forse, in alcuni casi, lo sono stati, probabilmente per l’infiltrazione, al loro interno, di spie ufficiali di questa organizzazione. Questo potrebbe succedere anche per i Corpi Civili di Pace Europei se prevale la loro caratteristica puramente istituzionale. Da qui l’importanza di avere, non in alternativa ma in aggiunta ai professionisti, una quota rilevante (molto più numerosa dei primi) di persone che facciano parte anche loro dei Corpi Civili di Pace, ma come volontari – con simboli ed indumenti diversi ben distinti dagli altri – , collegati ad organizzazioni di base che abbiano scelto, come alcune delle associazioni prima indicate, come loro missione e vocazione, non la politica del proprio paese, ma la lotta contro la guerra, per la previsione e la prevenzione dei conflitti armati, e per la ricerca di soluzioni nonviolente dei conflitti. Anche queste persone hanno dei limiti ben precisi, il primo è quello della continuità dell’intervento. Una persona normale, che ha un lavoro qualsiasi con il quale mantiene la propria famiglia, non può assentarsi che per un periodo di tempo determinato, che spesso coincide con le sue vacanze. Il lavoro per la pace però richiede tempi lunghi. Bisognerebbe quindi pensare oltre la possibilità di aspettative riconosciute dal lavoro, anche a forme di retribuzione per il “mancato guadagno” per l’assenza dal lavoro e forme di assistenza assicurativa per sanità, infortuni, invalidità e in caso di morte. Comunque ci sono situazioni che possono facilitare questo tipo di attività. Ad esempio i professori universitari, avendo la possibilità di avere periodi di congedo anche lunghi per ragioni di studio, possono passare all’estero anche periodi prolungati utilizzati non solo per studiare un conflitto (secondo uno studioso belga di questi temi, Reichler, addirittura per adottarlo – Reichler, 1997) , ma anche per cercare delle possibili soluzioni ed implementarle. Tutte attività queste che sono in totale sintonia con l’attivazione di Ambasciate di Pace che sarebbe molto importante diffondere in varie parti del mondo. E questo almeno fino a quando le nostre ambasciate ufficiali si preoccupano quasi esclusivamente di attivare il nostro commercio con l’estero, sottovalutando spesso le implicazioni che questo (pensiamo ad esempio alla ricerca di committenti per le nostre armi, ma non solo per queste) può avere sullo sviluppo di conflitti armati. Secondo molti studiosi l’appoggio economico dato dal nostro paese a Milosevic, per esempio attraverso l’acquisto di quote importanti del servizio radio-televisivo e postale della Serbia, è stato un fattore importante per permettergli di superare le agitazioni interne, comprese quelle dei militari (dato che per molto tempo Milosevic non riusciva nemmeno a pagare gli stipendi del personale pubblico, e queste categorie erano in continua agitazione), ed anche per incoraggiarlo ad usare la maniera forte contro gli albanesi del Kossovo, portando perciò la guerra in quella zona. Questa possibilità di un congedo per ragioni di studio, avuto per due anni consecutivi, ha permesso a me personalmente, ed a mia moglie che mi ha accompagnato, la riapertura dell’Ambasciata di Pace in Kossovo e lo svolgimento di studi, la partecipazione e l’organizzazione, da parte della campagna Kossovo che gestiva quella Ambasciata, di iniziative varie per la prevenzione della guerra. (L’Abate, 1997, 1999). Malgrado che la fine della guerra sia poi stata raggiunta attuando proposte che erano state già individuate in precedenza, prima del suo inizio, da una organizzazione nongovernativa svedese (Transnational Foundation for Peace and Future Studies TFF), riprese ed arricchite anche da noi, non siamo riusciti ad evitare l’esplodere del conflitto armato perché gli interessi per la guerra da parte degli USA (per costruirsi poi in Kossovo una delle più grandi basi militari dei Balcani), e della Nato (per fare considerare questa alleanza necessaria anche dopo il crollo del patto militare di Varsavia), erano ben più forti dello scarso peso politico della nostra e di tutte le altre organizzazioni non governative che si sono adoperate per trovare soluzioni pacifiche e concordate al conflitto in atto (L’Abate, op.cit.; Fumarola, Martelloni, 2000). A questo fallimento ha anche influito l’insipienza della nostra diplomazia, e la scarsa attenzione data dai politici nostrani, ed anche di altri paesi, alla prevenzione dei conflitti armati. Questo viene del resto riconosciuto anche da D’Alema, allora Presidente del Consiglio, nell’intervista sopracitata . Dice D’Alema, parlando appunto degli insegnamenti derivati da quella guerra. “Abbiamo anche appreso lezioni severe: oggi sappiamo, con più chiarezza di prima, che dobbiamo impegnarci molto più a fondo nella prevenzione delle crisi. La tragedia potenziale del Kosovo era evidente già alla fine degli anni Ottanta: l’abbiamo trascurata, l’abbiamo lasciata marcire e poi esplodere, abbiamo a lungo guardato altrove ed alla fine siamo dovuti intervenire con la forza. Se avessimo reagito subito forse l’uso della forza, con tutte le sue drammatiche implicazioni, non sarebbe stato necessario” (D’Alema, 1999, pp.110-111). Dalla nostra esperienza possiamo dire, con sicurezza, che quel ”forse” di D’Alema, da noi sottolineato, si sarebbe potuto eliminare se la nostra diplomazia non avesse pensato solo alla ricerca di creare in Serbia una zona di “mercato privilegiato” per le nostre industrie, ed avesse pensato invece a studiare in modo serio , anche con il nostro aiuto che abbiamo sempre offerto, come risolvere “la tragedia potenziale del Kosovo” di cui parla D’Alema , in modo pacifico e costruttivo. La guerra, non ha affatto risolto i problemi di quell’area, ed anzi ,credo si possa dire coscientemente, li ha aggravati.
Dopo questa lunga digressione sulle potenzialità di docenti universitari, dato che questi sono sicuramente una estrema minoranza tra coloro che si impegnano concretamente sui problemi della pace, torniamo ai limiti dell’intervento del volontariato in progetti dei Corpi Civili di Pace. Questi non possono essere portati avanti da persone a turno, come siamo stati costretti a fare nell’intervento dei Volontari di Pace di Medio Oriente prima della guerra del Golfo del 1991 (L’Abate, Tartarini, 1993). In questa si facevano turni di presenza di 15 giorni, tranne alcuni, questo cambiamento continuo di persone però rendeva il lavoro frammentario e non ben coordinato, indebolendone seriamente la qualità. Ed infatti organizzazioni come le P.B.I, (Peace Brigades International), od anche come l’Operazione Colomba, chiedono, giustamente, la presenza per almeno sei mesi, e recentemente, le PBI, addirittura per un anno. Una presenza così prolungata è possibile solo da parte di giovani che non abbiano ancora una famiglia ed un lavoro, e che possono entrare anche nei quadri del Servizio Civile previsto dai progetti approvati dall’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile (UNSC). Queste persone non hanno molta esperienza e solo con molte cautele sono utilizzabili in situazioni pericolose di pre-conflitto, o di conflitto già aperto, come quelle in cui si prevede possano e debbano intervenire i Corpi Civili di Pace. Le squadre del Balkan Peace Team, intervenuti con noi durante la prima guerra del Golfo, erano invece in gran parte composte da persone anziane, pensionate, con figli già adulti e sistemati, e che, perciò, si sentivano libere anche di rischiare la loro vita per l’ideale di pace e di nonviolenza cui si erano dedicate. Ed erano spesso persone con una lunga esperienza di lotte nonviolente, o di lavoro in organizzazioni anche complesse, e che potevano perciò essere molto utili anche alla popolazione locale per aiutarla a superare i limiti di disorganizzazione spesso presenti tra i gruppi locali più emarginati e meno capaci di azione organizzata. Per questo è molto interessante la Legge Regionale dell’Emilia Romagna sul servizio civile che prevede l’estensione anche a persone di questa età delle prerogative che la legge n. 230/98 che regolamenta il servizio civile volontario, dà ai giovani sotto i 28 anni che possono accedere a questo servizio. Spero che anche altre Regioni Italiane abbiano già approvato, o approvino nel prossimo futuro, una legge di questo tipo Queste persone sono infatti più mature, e più preparate dei giovani, ad affrontare e lavorare in situazioni difficili e rischiose come quelle indicate prima. Forse anche la Legge Nazionale per il Servizio Civile potrebbe essere rivista per permettere appunto a persone di qualsiasi età, soprattutto anziane e pensionate, di partecipare a queste attività. Chi ha esperienza di questo tipo di interventi sa come, spesso, persone anche in età di pensione possano essere preziose per portare avanti attività di questo genere. Un problema particolare riguarda le persone di media età , non più giovani per poter rientrare nei limiti della legge attuale del Servizio Civile (28 anni), ma nemmeno anziane e pensionate. Per loro, che sono quelle che normalmente danno un contributo importantissimo alle attività dei Corpi Civili di Pace nei vari progetti delle molte associazioni che da anni operano in questo campo – molte delle quali sono riunite nell’Associazione APS: “IPRI- Rete Corpi Civili di Pace” – e che hanno portato avanti progetti importanti in vari paesi del mondo (Serbia, Bosnia, Kossovo, Palestina-Israele, Iraq, Colombia, Nicaragua, Shri Lanka, Congo), questo organismo ha promosso un progetto di legge, primo firmatario l’Onorevole Tiziana Valpiana, perchè possano avere un anno di congedo dal lavoro senza perdere i diritti a questo collegati (anzianità, pensione,ecc.). Le attività portate avanti in vari paesi da queste organizzazioni, di cui abbiamo già parlato prima, sono molto importanti e fondamentali anche nel caso si dia vita a dei Corpi Civili di Pace a carattere istituzionale, ed arricchirebbero notevolmente un intervento istituzionale di questo tipo se si trova il modo di creare una sinergia tra quelli che abbiamo chiamato i due binari della ferrovia , e cioè tra Corpi Civili Nonviolenti professionali e quelli volontari.
I Corpi Civili di Pace e la Difesa Nonviolenta
Per far comprendere meglio i possibili collegamenti tra i Corpi Civili di Pace e la Difesa Popolare Nonviolenta (DPN),che qualcuno ritiene invece completamente diversi e staccati, ho elaborato, durante un convegno su questi temi svoltosi in Germania, un triangolo che viene riprodotto alla pagina seguente
I tre angoli sono: da una parte i gruppi locali che devono lavorare sul loro territorio per affrontare i problemi ivi presenti (razzismo, mafia, corruzione, deterioramento dei principi democratici, ecc.), ed appoggiare localmente le iniziative internazionali in corso; dall’altra la presenza di volontari a lungo e medio termine in situazioni di conflitto latente in cui la loro presenza, e soprattutto l’appoggio ai movimenti pacifisti e nonviolenti stranieri, possano aiutare a prevenire l’esplosione di un conflitto ed a trovare soluzioni nonviolente. Questa presenza a lungo termine in situazione di conflitto, riprendendo alcune esperienze fatte dai quaccheri, le abbiamo chiamate “ambasciate di pace”. Ed infine l’angolo del coordinamento nazionale ed anche internazionale che è indispensabile perché il tutto funzioni. Al centro del triangolo abbiamo posto quelle che abbiamo definito FNP (Forze Nonviolente di Pace), sotto forma di azioni a breve raggio, come marce, invasioni pacifiche, tentativi di interposizione nonviolenta, ed altre iniziative di questo tipo, che possano risultare indispensabili, o almeno utili, come appoggio alla resistenza nonviolenta della popolazione locale nelle zone a rischio (dove è collocata l’ambasciata di pace). Questo, d’altra parte, mi sembra concordare in pieno con il modello organizzativo proposto dai tedeschi al loro “Servizio Civile di Pace” in cui si riconosce che questo deve essere attivo, non solo per la soluzione nonviolenta dei problemi interni, ma anche per possibili interventi internazionali.
In alto al triangolo c’è un coordinamento internazionale. Qualcuno ha detto: “Se non riusciamo a coordinarci nemmeno a livello nazionale, come possiamo sperare di farlo ad un livello più vasto?”. È questa la sfida che hanno di fronte a loro i movimenti per la pace e per la nonviolenza: cominciare ad organizzarsi sia a livello nazionale che internazionale, per contrastare la globalizzazione fatta in funzione del capitale e del mercato, con una globalizzazione dal basso per la pace ed i diritti umani. Ci sono alcuni segnali positivi che vanno in questa direzione. Per esempio i successi e la grande partecipazione ai Forum Mondiali per una Alternativa mostrano il grande interesse verso soluzioni di questo tipo: non deve più succedere, infatti, quello che è avvenuto soprattutto in Iraq dove gli interventi sono stati portati avanti dai singoli gruppi ed associazioni in modo abbastanza scollegato l’uno dall’altro. E per quanto riguarda le marce in Bosnia, dobbiamo tenere presente che l’intervento, sia il primo che il secondo, hanno richiesto molto tempo per la preparazione dei volontari che vi partecipavano. E questo ha danneggiato lo stesso intervento facendolo arrivare quando il conflitto era a livelli tali da rendere difficile la sua interruzione, e non permettendo al primo di questo di collegarsi ad una iniziativa spontanea della popolazione di Sarajevo in una marcia nonviolenta che è uscita dalla città ed è arrivata fino alla zona in cui erano le truppe serbe, senza che queste reagissero,marcia avvenuta tre mesi prima della marcia dei 500 a Sarajevo (Castaldi, 1993) Se la formazione dei quadri alla nonviolenza fosse stata fatta prima, nei gruppi locali, per affrontare i problemi presenti a quel livello, si sarebbe potuto risparmiare molto tempo e l’iniziativa,molto probabilmente, sarebbe stata molto più efficace. Per questo è importante organizzarci meglio per prevenire la stessa esplosione dei conflitti armati.
Nel secondo angolo del grafico ci sono le “ambasciate di pace”. La permanenza di un gruppo di volontari a Sarajevo, in collegamento con la campagna “Si vive una sola pace” dei “Beati i Costruttori”, è stato qualcosa di molto simile ad una ambasciata del genere. Ed una delle iniziative principali realizzate dalla Campagna Kossovo è stata l’apertura di una ambasciata di pace a Pristina che ha svolto un lavoro molto importante.
Secondo il progetto delineato attraverso il triangolo prima presentato l’Ambasciata di Pace dovrebbe essere collegata all’altro angolo del disegno, e cioè a dei gruppi locali che comincino ad utilizzare l’azione diretta nonviolenta sui problemi concreti. I problemi da risolvere a livello locale che richiedono l’uso di una azione di questo tipo sono moltissimi: dal razzismo crescente, alla sempre maggiore diffusione del mercato della droga, alla corruzione politica, all’esistenza di veri poteri criminali, come la camorra e la mafia, al rischio di una perdita di democrazia ed ad una centralizzazione del potere che porta, a sua volta, ad una ulteriore militarizzazione di tanti territori, alla presenza, nel proprio territorio di basi nucleari, o di porti dove attraccano navi che trasportano ordigni di questo tipo, ordigni che sono in completo contrasto con il Trattato di Non Proliferazione delle Armi nucleari sottoscritto dal nostro paese, la cui presenza nelle nostre basi configura il nostro sistema militare come offensivo, e non difensivo, come richiederebbe l’art. 11 della Nostra Costituzione. Questa infatti rifiuta la guerra come strumento di attacco. ecc. Questi fenomeni possono essere combattuti solo grazie ad una maggiore presa di coscienza della popolazione, ad una sua organizzazione di base, ed anche all’avvio di attività in loco che utilizzino l’azione diretta nonviolenta.
Il gruppo locale previsto nel grafico dovrebbe diventare una fucina in cui ci si prepara a questo tipo di azione. Se ne parlava spesso con le persone che erano con noi alla azione nella Ex-Jugoslavia che è stata denominata Mir Sada. E’ un assurdo andare a fare l’azione nonviolenta in Jugoslavia, e non averla mai fatta in casa propria. Cominciamo ad usarla nel luogo nel quale viviamo, contro i problemi di tutti i giorni, formiamo le persone a portarla avanti, cominciamo a vedere, nella pratica, chi può essere in grado di portare avanti un certo tipo di lavoro od un altro. Cominciamo a sperimentare come coinvolgere la popolazione in questi tipi di lotte. Da questo tipo di attività possono scaturire professionisti per i Corpi Civili di Pace, o volontari a lungo termine per le ambasciate, od altri disposti ad interventi più brevi ma significativi, ed anche forse più rischiosi, come quelli che dovrebbero portare avanti le Forze Nonviolente di Pace- FNP (o Corpi Civili di Pace). Queste attività preparerebbero la popolazione ad essere attiva ed utilizzare le”armi” della nonviolenza anche nel caso fosse necessario difendere il nostro paese da attacchi esterni, o interni, alla nostra democrazia ed ad una valida convivenza civile .
Nel disegno partono da ognuno di questi angoli verso gli altri delle frecce bilaterali, di andata e ritorno. Dall’ambasciata al coordinamento internazionale ed ai gruppi locali, e viceversa. E dal coordinamento ai gruppi locali ed alle ambasciate. Questo per sottolineare l’importanza del collegamento continuo tra questi tre angoli, o strutture, del progetto totale. Nel caso delle FNP le frecce sono unilaterali. I gruppi locali devono procurare volontari, il coordinamento internazionale deve procurare i mezzi, gli eventuali professionisti, e occuparsi dell’organizzazione complessiva. Le ambasciate devono segnalare la necessità e l’opportunità di iniziative di questo tipo e devono collegarle strettamente alle attività della popolazione locale nella zona a rischio. Le FNP intervengono, quando ne risulti l’opportunità e la necessità, nelle zone calde per evitare l’esplosione dei conflitti armati e trovarne soluzioni nonviolente.
La Difesa Popolare Nonviolenta ed il Servizio Civile
Il passaggio dell’Ufficio Nazionale Servizio Civile dalla Presidenza del Consiglio al Ministro della Cooperazione lascia intendere che è stata accettata, a livello politico, la linea collegata all’interpretazione che l’obbligo costituzionale di difesa del nostro paese può esser adempiuto anche soltanto attraverso un lavoro umanitario di solidarietà (ad esempio verso gli anziani, o i disabili) senza alcun bisogno di organizzare una Difesa Non-armata e Nonviolenta di cui invece parla l’articolo 1 della legge che costituisce tale organismo. La Difesa Popolare Nonviolenta sulla quale si è scritto tanto negli anni passati, e sul quale è uscito recentemente un importante studio (Drago, 2006), sarebbe perciò solo un pio desiderio di alcuni utopisti, mentre la difesa della Patria resterebbe perciò una salda prerogativa delle Forze Armate. Che altro può significare questo passaggio, che del resto è in linea con quanto previsto dal Trattato di Costituzione Europea, non approvato dai referendum di alcuni paesi forse proprio per il suo eccessivo peso alle armi (vedi critiche di Obert, della TFFR svedese, nel sito di questa organizzazione) , che vede i Corpi Civili di Pace non come un supporto alla difesa , alla prevenzione ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, come erano stati voluti e previsti da Alex Langer e dai suoi collaboratori, ma come un appoggio alle attività di tipo umanitario?. Questo va molto bene alle grandi organizzazioni che operano in questo settore, e che hanno visto l’eliminazione dell’obiezione come un attacco al loro lavoro, dato che questo si basava moltissimo sul lavoro volontario degli obbiettori di coscienza, e che vedono il servizio civile come un sostituto di questo lavoro, ma che si sono poco o niente occupate di difesa popolare nonviolenta che non conoscono , come è pure vero dei Corpi Civili di Pace di cui alcuni anni fa quasi nessuno parlava , ma che ora sono nelle bocche di tutti, ma spesso senza sapere nemmeno di cosa si tratta.
Nel programma dell’Unione, che ora ha la maggioranza ed è al governo del nostro paese, c’è oltre all’impegno a costituire e dar vita ai Corpi Europei Civili di Pace, anche quello di organizzare un servizio civile per tutti i giovani. Questo impegno ricalca la proposta di legge dell’Onorevole Realacci, presentata pubblicamente a Firenze il 3 Settembre 2005 dallo stesso Realacci alla presenza dell’Onorevole Rutelli, di altri parlamentari della Margherita, e di importanti rappresentanti del mondo dell’associazionismo. Questa proposta prevede un servizio civile obbligatorio di sei mesi per tutti i giovani italiani, visto questo come un importante momento di socializzazione dei giovani e di rinforzo della solidarietà sociale in quanto aiuto alle fasce più deboli della popolazione.
Pur apprezzando le motivazioni di tale proposta, il direttivo dell’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace, di cui fa parte anche il sottoscritto ha approvato, all’unanimità, le seguenti obiezioni di fondo al testo presentato, e le successive proposte alternative:
1) l’obbligatorietà di tale servizio ci sembra del tutto improponibile. A parte infatti il palese contrasto con l’articolo 4 della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo che vieta forme di schiavitù e di lavoro forzato (contrasto ben illustrato dal magistrato Domenico Gallo nel suo articolo sul Manifesto del 21 Settembre 2005), la sospensione dell’obbligo del servizio militare pone, a questo tipo di lavoro, problemi rilevanti: non si può infatti prevedere il servizio civile come sostitutivo di quello militare, come era in passato. Se, nella legge, si ponesse al centro di tale servizio, non tanto, e non solo, l’aiuto umanitario alle fasce più deboli della popolazione, ed indirettamente agli Enti che organizzano tali servizi, ma anche la Difesa Popolare Nonviolenta, o la Difesa Civile Nonarmata (riconosciuta dalla Legge di riforma dell’obiezione di coscienza – 230/1998), che invece nella proposta Realacci non viene inserita tra i settori in cui si può svolgere tale servizio, si potrebbe forse superare tale obiezione di formalità in omogeneità con il servizio militare, il cui obbligo è “sospeso” ma non annullato. In caso di necessità può essere ripristinato. Lo stesso si potrebbe fare con il servizio civile considerato, da una sentenza storica della nostra Corte Costituzionale (164/1985), come una forma di impegno rispondente al dovere di difesa della patria. In questo caso il cittadino dovrebbe poter scegliere tra il servizio militare, il cui obbligo fosse stato ripristinato, ed il servizio civile, ripristinato anche questo da un obbligo puramente potenziale che tale legge potrebbe introdurre.
2) Una seconda obiezione riguarda il periodo di sei mesi previsto da tale proposta. Chi ha esperienza di servizio civile sa che, a meno di impiegare il giovane in lavori puramente esecutivi (che non gli servono affatto per maturare ed apprendere una professionalità, ma solo agli Enti per risparmiare sul costo del lavoro – aumentando perciò il già elevato tasso di disoccupazione giovanile – , i sei mesi non sono affatto sufficienti a portare avanti un lavoro serio, se si tiene conto anche del necessario periodo di formazione. Quando il giovane ha imparato a svolgere bene i suoi compiti avrebbe finito il suo periodo di servizio.
3) La terza obiezione riguarda il salario previsto dal progetto. Mentre il salario dei militari, attraverso la loro professionalizzazione, viene notevolmente aumentato per rendere tale servizio appetibile, ai giovani di questo eventuale servizio civile obbligatorio verrebbe fatta l’elemosina di 300 euro al mese, non sufficienti né per mangiare né per un eventuale alloggio, a meno che questi servizi non vengano offerti dall’ Ente stesso, impegno che nel progetto non viene affatto indicato. Ma nel caso che questo fosse indicato e previsto, che interesse avrebbero gli Enti a spendere soldi per preparare i giovani, come si dice nella proposta, e dar loro prospettive professionalizzanti, per un tempo così ristretto e senza far fare loro lavori puramente esecutivi e bruti che permettono agli Enti di risparmiare in costo del lavoro ma che contraddirebbero agli obiettivi dello stesso progetto?
Il direttivo dell’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace ha anche fatto alcune proposte alternative : Il costo di realizzazione di un tale progetto è molto elevato. Anche se la paga prevista è misera il numero di giovani “coscritti” (circa 800.000) è elevato e l’impegno economico del governo sarebbe perciò rilevante. Dato che il servizio civile volontario è attualmente richiesto da oltre 70.000 giovani, ben superiori ai posti previsti nei progetti approvati, perché non incentivare notevolmente i fondi a disposizione dell’UNSC (Ufficio Nazionale Servizio Civile) ed estendere il numero di progetti approvati? Il servizio in tale caso resterebbe volontario, sarebbe pagato un po’ di più di quello previsto dal progetto suddetto (433 Euro circa al mese, magari anche elevando tale cifra), e durerebbe almeno un anno. E perché non allargare il novero delle persone intitolate a svolgere questi servizi ad anziani o altre persone di media età cui una legge apposita (vedi progetto Valpiana) permetta di avere una aspettativa di lavoro per almeno un anno? I progetti da svolgere potrebbero essere potenziati, e ulteriormente qualificati. Ad esempio le Comunità di Pace in Colombia, comunità che nella lotta armata tra l’esercito governativo, i paramilitari da questo coperti, e la guerriglia, hanno scelto la neutralità e la nonviolenza, e non collaborano con nessuna di queste parti in conflitto (e per questo sono spesso soggette ad angherie, sequestri, uccisioni ed attacchi armati) richiedono con forza (vedi documento conclusivo del convegno “Colombia Vive!”, Cascina, 17-18 Settembre 2005) una maggiore presenza di osservatori ed operatori internazionali. Questi, come quelli ad esempio delle PBI – Peace Brigades Internazionali – stanno sul posto ed accompagnano, del tutto disarmate, i dirigenti di queste comunità che sono a rischio di azioni violente da parte soprattutto degli squadroni della morte. La presenza e l’accompagnamento di volontari delle PBI ha reso più difficili e rari questi attacchi. Il limite è che questi volontari sono solo una trentina e possono lavorare soltanto con poche comunità di pace mentre molte altre comunità di questo tipo (oltre un centinaio) richiedono il loro aiuto. Perché un progetto del genere, che potrebbe coinvolgere varie centinaia di giovani civilisti, ed anche meno giovani nel caso si modificasse in questo senso la legge istitutiva, , non potrebbe entrare trai i progetti dell’UNSC ed essere approvato? Sarebbe un modo concreto di portare pace in un paese da anni martoriato da cruenti conflitti armati.
Oppure, rispondendo alle molte richieste di ONG Europee, ed alle mozioni ripetutamente approvate dal Parlamento Europeo, perché non dar vita concretamente a Corpi Civili di Pace nazionali, ma da integrare con quelli Europei, che intervengano, disarmati ma ben preparati alla azione nonviolenta ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, ad esempio nel conflitto Israelo-Palestinese, cui si è aggiunto recentemente anche quello con il Libano, per mitigare il conflitto attuale e farlo passare dall’azione armata ad un confronto civile nonviolento?
Ed anche, soprattutto nel nostro paese, perché non dar vita, con volontari in servizio civile, a gruppi di azione nonviolenta da impiegare nella lotta alla criminalità organizzata (mafia o camorra) sviluppando attività di prevenzione sociale e di monitoraggio capillare del territorio?
Se il nostro paese vuole realmente operare per la pace deve sviluppare un tipo di lavoro e di attività di questo tipo, rischiose sì, ma sicuramente più produttrici di pace degli attuali interventi armati che spesso rinfocolano il terrorismo o la mafia invece di combatterli.
Un’altra richiesta, di cui abbiamo già parlato, è quella dell’approvazione della proposta di legge che riconosca una aspettativa dal lavoro di almeno un anno alle persone che lavorano e che si impegnino in attività di questo tipo (Corpi Civili di Pace).
Se queste proposte si tradurranno in leggi avremo fatto un passo avanti importante verso un mondo più pacifico nel quale la prevenzione dei conflitti armati, che questi corpi potrebbero notevolmente potenziare, non sia quella attività trascurata e residuale di cui ha parlato D’Alema nella sua intervista prima citata.
Firenze, 24 Novembre 2006 PROF. ALBERTO L’ABATE
(Università di Firenze)
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Alberto L’Abate,
con la collaborazione, per la revisione e messa a punto del testo,
di Maria Carla Biavati, Padre Angelo Cavagna, Anna Luisa Leonardi, Silvano Tartarini
PREMESSA
Riceviamo dagli amici della Fondazione Langer, che cerca di portare avanti le idee di questo Parlamentare Europeo, che ci ha lasciati purtroppo alcuni anni fa, ma che è sicuramente il Parlamentare Italiano che ha lavorato di più, in quella sede, per promuovere le vie della pace e della comprensione interetnica, questo suo scritto del 1991, che ci sembra di estrema attualità e che riprendiamo qui in alcune sue argomentazioni che interessano il progetto della costituzione di un coordinamento di ONG che cercano di dar vita, nel nostro paese, ad un vero e proprio “Corpo Civile di Pace”. Il titolo dell’articolo, pubblicato in “Terra Nuova Forum” di Roma è “Contro la guerra cambia la vita”. Eccone alcune citazioni:
“Contro la guerra, cambia la vita: le guerre scoppiano “a valle”, quando tutta una infausta concatenazione di soprusi, violenze e fallimenti si è già prodotta e sembra diventata irrimediabile; i popoli, la gente comune, sono poi chiamati a pagare il conto finale senza aver potuto intervenire sulle singole voci che lo hanno via via allungato. Ma dinanzi al fallimento della politica e della negoziazione, che sfocia nella guerra, bisognerà pur rafforzare gli “anti-corpi” a disposizione di ogni singola persona per prevenire le guerre e per non lasciarsene, comunque, catturare, una volta che sono scoppiate. Se tutto uno stile di vita (consumi, produzioni, trasporti, energia, banche…) nel quale siamo largamente coinvolti, per potersi perpetuare, ha bisogno di condizioni assai ingiuste che regolano le relazioni tra i popoli e con la natura, bisognerà dunque intervenire “a monte” e mettere in questione la nostra partecipazione (anche individuale) ad un “ordine” economico, politico, sociale, ecologico e culturale che rende necessarie le guerre che lo sostengono. Se il consenso alla guerra (sotto forma di nazionalismi, razzismi, pregiudizi, stereotipi, ecc.) può con tanta facilità diventare maggioritario – non certo soltanto tra “fondamentalisti islamici”..! – si dovrà intervenire anche qui “a monte” ed allargare una solida base ideale e culturale di disposizione alla pace ed alla convivenza, disintossicando cuori e cervelli. Se è considerato scontato che, una volta scoppiata la guerra, non resta che allinearsi ed arruolarsi (materialmente e culturalmente), bisognerà pur che qualcuno lavori per suscitare e consolidare scelte di “obiezione alla guerra”. Sono dunque tante le forme di azione che si possono scegliere per “cambiare la vita di fronte alla guerra”, nel senso di negarle ogni consenso e sostegno e nel senso di farle mancare – ognuno – almeno un pezzettino di apparenti giustificazioni……Ne provo ad indicare quattro, di cui mi sembra ci sia bisogno (potendoli qui appena accennare, naturalmente)
1) sviluppare l’arma dell’informazione e della disarticolazione della compattezza derivante da repressione, disinformazione, censura; perché non “bombardare” con trasmissioni radio e TV, con volantini, con documentazione, piuttosto che con armi? (“Radio Free Europe” o “Radio Vaticana” hanno fatto probabilmente di più per la destabilizzazione dei regimi dell’Est che non le divisioni della NATO). Perché non fornire supporti ed aiuti ai gruppi impegnati nei diversi regimi totalitari per i diritti umani, piuttosto che fornire armi agli Stati che un giorno si spera facciano loro la guerra?
2) costituire e moltiplicare gruppi/alleanze/patti/tavoli inter-etnici, inter-culturali, inter-religiosi, di dialogo e di azione comune, piuttosto che dialogare solo da campo a campo o da blocco a blocco; è l’abbattimento dei muri, o perlomeno lo sforzo di renderli penetrabili (vedi l’esperienza inter-etnica dell’”altro Sudtirolo”!). Oggi uno dei “buchi neri” in questa crisi è l’assenza di forti legami inter-culturali ed inter-etnici tra arabi ed israeliani, tra Europa e mondo arabo, tra Cristianesimo ed Islam; non sono quindi da disprezzare anche modesti strumenti quali i “gemellaggi” tra Comuni, Regioni, associazioni, ecc., che avvicinano concretamente i popoli e rendono più difficile il consenso a “bombardare l’altro” (che si accetta di bombardare tanto più quanto meno lo si conosce);
3) lavorare seriamente per un nuovo diritto internazionale e per un nuovo assetto dell’ONU, basato oggi non solo sugli esiti della seconda guerra mondiale (con le sue “Grandi Potenze”, i loro diritti di veto, ecc.), ma anche su un concetto ed una pratica di “sovranità degli Stati” poco consono al destino comune dell’umanità. La tradizionale distinzione tra “affari interni” che esigono la non-ingerenza degli altri (per cui torture e massacri non riguardano la comunità internazionale, finché non scoppia un contenzioso tra almeno due Stati) ed “internazionali” non regge alla prova delle emergenze ecologiche, né dei diritti umani;
4) chiedere all’ONU di promuovere una sorta di “Fondazione S.Elena” (nome dell’isola in cui alla fine fu esiliato Napoleone, tra gli agi e gli onori, ma reso innocuo), per facilitare ai dittatori ed alle loro sanguinarie corti la possibilità di servirsi di un’uscita di sicurezza prima che ricorrano al bagno di sangue pur di tentare di salvarsi la pelle (Siad Barre, Ceausescu, Marcos, , il re del Marocco, Saddam Hussein… potrebbero o potevano utilmente beneficiarne piuttosto che giocare il tutto per il tutto) ; la questione di amnistie e indulti per chi è abbastanza lontano ed abbastanza vigilato da non poter più fare danni, non dovrebbe essere insolubile”
Ma il fallimento dei tentativi di evitare la guerra del Golfo, la riflessione sulle cause della guerra Jugoslava e sulla sua possibile prevenzione, ed i tentativi di Alex stesso di evitare quella guerra, lo porteranno, alcuni anni dopo, a sostenere una quinta forma di azione, e cioè la creazione di un “Corpo Europeo Civile di Pace”, ben preparato all’azione diretta nonviolenta, ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, che potesse intervenire prima, durante e dopo, lo scoppio dei conflitti armati, per prevenirli, interromperli attraverso forme di interposizione nonviolenta tra gli avversari per riprendere il dialogo e la negoziazione, oppure per lavorare dopo la guerra per la riconciliazione degli ex-nemici. La mozione da lui proposta fu approvata dal Parlamento Europeo il 17 maggio 1995, come Rapporto Bourlange-Martin. Dopo di allora il Parlamento Europeo ha approvato varie altre mozioni per stimolare attività ed interventi per la prevenzione dei conflitti armati, e per richiedere l’organizzazione di tali Corpi. Ma la situazione è tuttora ferma, probabilmente per l’opposizione dei militari che ritengono che si debba prima organizzare l’Esercito Europeo, per poi dar vita ad un Corpo di Pace, ma alle proprie dipendenze. Ma questo dimostra la scarsissima comprensione dell’importanza e delle funzioni di un corpo del genere. Infatti in un convegno su questo tema tenutosi presso la sede del Parlamento francese, alla presenza anche di rappresentanti di quel Ministero della Difesa, è emerso chiaramente come l’intervento militare e quello civile seguono logiche completamente diverse, e che devono essere del tutto autonomi l’uno con all’altro. In caso contrario le possibilità della prevenzione di un conflitto armato, o di trovare valide soluzioni accettabili dalle due parti, da parte dell’intervento civile, rischia di essere molto compromessa, come dimostra anche una analisi di esperienze storiche passate. Per questo riteniamo opportuno fare una breve storia della nascita e delle attività di organismi non istituzionali e istituzionali che hanno lavorato in questa direzione sperando che possa servire a superare i tanti personalismi e le varie chiusure tra le numerose ONG del nostro paese che rendono difficile l’organizzazione di corpi di questo tipo che possano avere risultati reali ed anche un loro riconoscimento istituzionale.
I CORPI CIVILI DI PACE
Il secolo ventesimo è stato uno dei secoli della storia del nostro mondo più tormentati dal fenomeno guerra. Infatti i morti a causa delle guerre sono stati più numerosi di tutti quelli dei secoli precedenti messi insieme. Non può meravigliare perciò che in questo secolo si sia cominciato, più seriamente che nel passato, a pensare su come “eliminare la guerra dalla storia”, ed a cercare i metodi per prevenire e risolvere pacificamente i conflitti armati. Ma questo non significa che anche in passato non ci siano stati pensatori, e movimenti sociali, che abbiano fatto riflessioni importanti, o che abbiano agito, per dar vita ad un mondo più giusto, meno funestato da questo problema. Oltre ai fondatori di molte religioni, che hanno sottolineato la sacralità della vita umana, e l’obbligo morale di non uccidere il nostro prossimo, anche se ci si restringe a prendere in analisi il mondo Occidentale, ci sono stati pensatori come Erasmo da Rotterdam che, nel suo “Elogio della Follia”, mostra la stupidità e l’assurdità del ricorso alla guerra ed alla violenza; o come Kropotkin che, nel suo “Il mutuo appoggio”, attraverso una lettura attenta e precisa dei testi di Darwin, contesta l’interpretazione corrente del darwinismo sociale che la sopravvivenza degli esseri umani sia legata all’uso della forza e della violenza, sostenendo invece che gli esseri umani ed animali che sopravvivono sono quelli che hanno una maggiore capacità di collaborare con gli altri; o come Kant, che, nella sua “Per la pace perpetua” cerca di immaginare ed anticipare un mondo senza guerra, basato sul rispetto reciproco degli esseri viventi, e sull’organizzazione e sul riconoscimeno di un governo mondiale tipo quello che, nei tempi più recenti, si costituirà prima come “Lega delle Nazioni”, e più tardi come “Nazioni Unite”. E vari gruppi sociali, come i Dukobori in Russia, i Quaccheri in Inghilterra e negli USA, hanno seguito l’esempio dei primi cristiani che si rifiutavano di prendere le armi e di combattere per uccidere il loro prossimo, e hanno dato inizio ad un movimento, che presto si estenderà a livello mondiale, di Obiettori di Coscienza all’uso delle armi ed alla coscrizione militare obbligatoria, e hanno sviluppato idee e pratiche di nonviolenza attiva.
Ma è sicuramente in questo secolo che questo modo di pensare e di agire si è trasformato in azione politica nonviolenta, portata avanti anche da popolazioni intere (in India, negli USA, nelle Filippine, nei paesi dell’EST, ecc.) con risultati spesso notevolissimi, di liberazione dal colonialismo, o di superamento di leggi che sancivano forme di discriminazione razziale e di apartheid, oppure di abbattimento di dittature militari e di apertura invece a forme democratiche, ecc.. Ma quella che è diventata la superpotenza mondiale, gli USA, con i suoi vassalli e con l’appoggio dei costruttori e venditori di armi (i mercanti di morte) , sta cercando di reagire al movimento che cerca di mettere la guerra fuori dalla storia (sostituendola con lotte nonviolente di massa molto forti contro le ingiustizie, contro i crimini e gli sfruttamenti, e per la libertà dei cittadini, e con progetti costruttivi per dar vita ad un mondo più giusto) mantenendo in vita il concetto di guerra “giusta”, che invece molti studiosi considerano ormai desueta anche perché l’uso delle armi nucleari e simili mettono in pericolo la sopravvivenza dello stesso pianeta. I nomi trovati in questa affannosa ricerca di giustificazione delle guerre , ma che dimostrano grossi sforzi di immaginazione, sono quelli di “guerra umanitaria”, “libertà perenne”, “guerra preventiva al terrorismo”. Peccato che le serie ricerche per la pace di questi ultimi anni abbiano dimostrato che la cosiddetta “guerra umanitaria” del Kossovo avrebbe potuto essere prevenuta con risultati molto più validi, e che spesso sotto quei nomi altisonanti si nascondono interessi strategici ed economici, per il controllo di aree cosiddette a rischio, o per lo sfruttamento delle fonti energetiche ed il controllo dei corridoi per il loro trasporto.Bush ed i suoi attuali alleati sostengono inoltre che la guerra che stanno preparando contro l’IRAQ, è necessaria per “far rispettare e mantenere le risoluzioni delle Nazioni Unite, con il rischio, in caso contrario, di perdita di prestigio di questo Organismo”. Purtroppo il cosiddetto rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite in funzione della credibilità di questa organizzazione, cozza con il fatto che contro le 12 risoluzioni ONU non rispettate dall’Iraq ce ne sono 30 non rispettate invece da Israele, e che i tentativi di fare rispettare queste ultime hanno sempre incontrato il veto degli USA. Inoltre è anche in contrasto con il fatto che la risoluzione dell’ONU n. 687 richiede che tutto il Medio Oriente, e non solo l‘IRAQ, sia una zona libera da armi di distruzione di massa, mentre, al contrario, Israele continua ad averle, né gli USA muovono un dito nei suoi confronti: Per di più gli USA, se rispettassero veramente le N.U., salderebbero regolarmente i propri debiti questo organismo, mentre questo avviene solo quando questo governo ricatta le Nazioni Unite per ottenere risoluzioni a sé favorevoli, oppure quando trova chi li paga per suo conto, come ha fatto il “padrone” della CNN di tasca propria. Oltre a questo è da aggiungere che la pretesa che la guerra in preparazione contro l’IRAQ , motivata come guerra preventiva contro il “terrorismo”, riesca realmente a sgominare questo fenomeno, cozza con il fatto che tutte le più valide ricerche per la pace hanno dimostrato abbondantemente che questa guerra, invece di distruggere il terrorismo, lo rinfocola e ne estende l’uso, tanto da rendere la vita delle popolazioni dei paesi occidentali, che propugnano questa guerra, sempre più incerta ed insicura a causa delle sue minacce.
In questa ricerca di alternative credibili alla guerra ed alla violenza armata, sta prendendo piede, a livello politico, l’idea di organizzare quello che Gandhi aveva definito un “Esercito di Pace”. E cioè nuclei di persone ben preparate all’intervento nonviolento (prima, durante e dopo un conflitto armato) che lavorino per la prevenzione ed il superamento dei conflitti armati. Il primo esercito di pace, lo Shanti Sena, su ispirazione di Gandhi, fu organizzato dai suoi seguaci più importanti (Vinoba, J.P. Narajan), ed ha lavorato in molte zone dell’India per prevenire, ridurre e, talvolta, superare i conflitti interetnici ed interreligiosi.
L’idea è stata ripresa da molte ONG che lavorano per l’obiezione di coscienza e per la pace che hanno dato vita, in Libano, nel 1960, alla World Peace Brigade, che ha operato in vari paesi del mondo. Uno degli interventi più importanti è stato quello nell’isola di Cipro, nella quale si confrontavano e si combattevano reciprocamente, per il possesso di parti importanti dell’isola stessa, Turchi e Greci. La presenza della W.P.B. è servita a ridurre gli odi reciproci tra i due gruppi, e a mettere insieme persone delle due parti in conflitto per ricostruire case di ambedue i gruppi distrutte durante il conflitto aperto. Il lavoro fatto da questa organizzazione è stato tanto importante che il comandante dei Caschi Blu delle Nazioni Unite (erano presenti nella zona per pacificare l’area) si rese conto che l’intervento non armato e nonviolento della WPB era più valido di quello dei Corpi da lui guidati, perché il fatto di essere non armati li rendeva più vicini alle due popolazioni e permetteva loro di mediare e di superare più facilmente i loro conflitti. Il comandante si chiamava Harbottle ed è l’autore del primo manuale delle Nazioni Unite per il “Peace Keeping”. Dal confronto tra i due tipi di interventi, quello armato e quello nonviolento, si convinse che quest’ultimo era più efficace di quello armato (come ha raccontato lui stesso in un convegno delle Peace.Brigades International – PBI – in Inghilterra), e questa convinzione lo porterà a diventare un importante consulente delle P.B.I, che avevano preso il posto della W.P.B., ed anche a dar anche vita, in Inghilterra, ad un noto Centro Studi per la Risoluzione Nonviolenta dei Conflitti.
Le P.B.I., nate nel 1981, hanno operato ed operano tuttora in vari paesi del mondo, ma soprattutto nell’America Latina, e si sono caratterizzate per l’uso, giorno e notte, dell’accompagnamento nonviolento di persone che operano, nel proprio paese, per il rispetto dei diritti umani e per la trasformazione nonviolenta della propria società; persone che sono, quindi, per questa loro attività, sotto la continua minaccia degli squadroni della morte. Il lavoro dei volontari delle P.B.I. in questi paesi è collegato ed appoggiato da gruppi di supporto, in molti paesi del mondo, che, quando apprendono che queste minacce sono state espresse rischiando di trasformarsi in omicidi, mandano fax, telegrammi, o E-mail al Capo del Governo o al Ministro della Difesa di quel paese perché si mobilitino per evitare che quel particolare crimine venga commesso. Inoltre fanno comunicati stampa, manifestazioni, e appelli al proprio governo perché prema verso l’altro per il rispetto della vita e dei diritti umani delle persone minacciate. Per paura che l’effettuazione di quel crimine, ormai sotto gli occhi della comunità internazionale, incrini l’immagine del loro governo ed allontani eventuali appoggi economici e politici da parte di altre nazioni, le autorità del paese in oggetto si sono date effettivamente da fare per bloccare l’iniziativa degli squadroni della morte. Perciò questo tipo di azione ha evitato che vari crimini venissero commessi, e vari attivisti nonviolenti di questi paesi si sono salvati grazie alle attività di questa organizzazione.(per esempio anche il premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchu).
Un momento rilevante per la presa di coscienza dell’importanza di un lavoro per la prevenzione dei conflitti armati fatto da ONG si è avuto in occasione della guerra del Golfo, nel 1990/91. I “Volontari di Pace in Medio Oriente”, formati da membri di varie ONG italiane, intervennero infatti prima della guerra e riuscirono ad aprire a Baghdad, nell’ “Isola delle Spose”, un “Campo per la Pace” Questa isola era abbastanza vicina al centro della città, ed in prossimità di molte Ambasciate, tra cui quella italiana. Vi era stato costruito un villaggio turistico (con casette prefabbricate bene attrezzate, e strutture di servizio, – ristorante, sale di riunione, negozi, ecc.) in occasione di un congresso mondiale per la pace che avrebbe dovuto tenersi a Baghdad per risolvere la crisi iraniana. Il congresso non si tenne e scoppiò invece la guerra, ma le posate ed i piatti e tutte le attrezzature riportavano ancora i segni ed i simboli dell’idea originale. Non essendo stato utilizzato per lo scopo per cui era nato, il villaggio divenne il luogo tradizionale in cui venivano ospitate le coppie di aree esterne alla città che venivano in viaggio di nozze nella capitale, da lì il soprannome datogli.
Dal momento dell’apertura del “Campo per la Pace” questo divenne il luogo in cui venivano ospitate le delegazioni di tutte le parti del mondo che venivano per cercare di evitare la guerra e trovare forme di mediazione al conflitto armato che si preannunciava. Questo ha permesso a tutte queste organizzazioni di conoscersi, di rendersi conto che avevano quasi tutte gli stessi scopi e spesso anche la stesse radici nonviolente, ed a cominciare a lavorare insieme tanto da poter dar vita ad un secondo “Campo per la pace”, di interposizione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita, proprio nell’area in cui più tardi avverrà lo sfondamento in Iraq delle truppe alleate. L’iniziativa dell’apertura di questo secondo campo era stata presa dal “Gulf Peace Team”, una organizzazione di cui facevano parte anche le PBI ed altre associazioni (come l’IFOR .- International Felloshisp of Reconciliation, o come la W.R.I – War Resisters International) che erano rappresentate, come sezioni italiane (MIR e MN), anche tra i Volontari di Pace italiani, molti dei quali facevano parte anche di altre associazioni pacifiste tra cui la LDU – Lega per il Disarmo Unilaterale-, che aveva promosso.l’iniziativa. I Volontari di Pace in Medio Oriente hanno partecipato anche all’esperienza del secondo campo ai confini. In quest’ultimo, durante la cerimonia della fine dell’anno, davanti alle Telecamere di moltissimi paesi del mondo (ma non quelle italiane che sembra avessero avuto ordine di non occuparsi dei “pacifisti”) fu firmata dai presenti e presentata anche alla stampa la piattaforma di mediazione elaborata dai Volontari di Pace, che aveva trovato un notevole interesse anche da parte delle autorità irachene. Questa prevedeva il ritiro unilaterale delle truppe irachene dal Kuwait, per essere però sostituite, come aveva proposto anche il Governo Svedese, da “Caschi Blu” delle Nazioni Unite formati però da truppe di paesi neutrali, non ancora presenti nell’area, come appunto la Svezia, la Norvegia ed altri, e da un corpo di pace nonarmato, denominato “Caschi Bianchi”, formato da membri delle moltissime ONG presenti nell’area, che facevano parte dell’ECOSOC, organismo di consulenza delle Nazioni Unite stesse. Ambedue questi Corpi avrebbero dovuto restare in Kuwait per aiutare la popolazione di quel paese ad organizzarsi democraticamente per decidere sul proprio destino, fino all’organizzazione, se possibile nello stesso Kuwait, di una conferenza delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto cercare delle soluzioni valide per tutto il Medio Oriente. La proposta è stata inviata anche alle Nazioni Unite, sia al Segretario Generale che al suo collaboratore Picco, con cui eravamo in contatto tramite amici comuni. Ma il Consiglio di Sicurezza ristretto dell’ONU (formato da USA, Inghilterra, Francia, Russia, Cina, paesi che in un documento dell’Unicef risultano aver venduto negli anni precedenti alla guerra del Golfo l’85,6 % di tutte le grandi armi del mondo) impedì al Segretario Generale di svolgere un vero e proprio ruolo di mediazione, come sarebbe stato suo compito (sia Boutrous Gali che Picco si lamenteranno di questo in varie interviste successive, e questa è la ragione principale che ha impedito a Gali di avere rinnovato il suo mandato), e li ha mandati a Baghdad solo per ripetere la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che richiedeva esclusivamente il ritiro delle truppe irachene senza dare alcuna indicazione per soluzioni in positivo. Da lì il rifiuto degli iracheni e la guerra successiva.
Ma questo lavoro ha fatto prendere coscienza alle tante ONG intervenute in zona sul fatto che: 1) la guerra avrebbe forse potuto essere evitata se le stesse ONG avessero lavorato in modo più coordinato, prima che questa scoppiasse, formando dei veri e propri corpi di pace internazionali, ed acquisendo uno status riconosciuto che potesse dar loro maggiore forza nei riguardi dei rispettivi governi e delle Organizzazioni Governative Internazionali; 2) che era perciò importante dar vita a coordinamenti nazionali ed internazionali per la costituzione di un vero e proprio “esercito di pace” che venisse riconosciuto anche dalle Nazioni Unite, che potesse intervenire, con la nonviolenza, prima, durante, e dopo il conflitto armato. E questo è stato uno stimolo notevole per le iniziative successive delle ONG.
Molte organizzazioni non governative, in vari paesi del mondo, anche prima di quel periodo, ma con maggiore intensità dopo, hanno lavorato in questo campo, organizzando, ad esempio, marce nonviolente nelle zone di conflitto che sono spesso riuscite ad interrompere i combattimenti per i giorni della marcia, ed a mostrare che si può intervenire, anche senza armi, ed in modo positivo, nei conflitti armati. Si pensi, nella guerra Jugoslava, alla prima marcia su Sarajevo, nel 1992, organizzata dai “Beati i Costruttori di Pace”, cui hanno partecipato circa 500 persone, od a quelle successive come Mir Sada, con circa 2000 persone e con l’adesione di moltissime ONG italiane (comprese le ACLI e l’ARCI, e l’Associazione per la Pace), che arriverà invece a Mostar, che hanno avuto un significato simbolico importante di come si possa operare per la pace in modo nonviolento, od a quelle ssuccessive in Africa. E al grande lavoro di diplomazia dal basso, portata avanti in vari paesi del mondo, da organizzazioni diverse come la Comunità di Sant’Egidio, l’Operazione Colomba dell’Associazione Giovanni XXIII, o dagli stessi Beati su citati, che hanno portato in alcuni casi anche alla risoluzione di conflitti piuttosto gravi. E nel campo della diplomazia dal basso anche all’attivazione, in zone calde del mondo (Kossovo, Israele-Palestina, ecc.) di vere e proprie Ambasciate di Pace per studiare a fondo i problemi di quello specifico conflitto, e vedere le possibilità di prevenirne l’esplosione trovando anche forme di mediazione. Si veda, su questo, tra l’altro, il lavoro della Campagna Kossovo (un coordinamento di molte ONG italiane con cui hanno collaborato vari comuni e qualche Regione Italiana) in quel territorio, o dei Berretti Bianchi- che nasceranno dal vecchio nucleo dei “Volontari di Pace in Medio Oriente, che lavoreranno dopo la guerra a Belgrado, in Serbia, e poi in Palestina. Iniziative estremamente importanti, in questo campo, in vari paesi del mondo (Israele-Palestina, Jugoslavia, Afganistan, ecc.) sono state portate avanti anche dalle donne, soprattutto quelle organizzate come “Donne in Nero”, che hanno sviluppato forme spesso originali di intervento e di dialogo tra donne di gruppi, etnie, e paesi in conflitto tra di loro, per superare le cause dei malintesi e dei pregiudizi reciproci e per lavorare insieme per la pace, attraverso l’azione diretta nonviolenta e la ricerca di soluzioni creative e costruttive.
Nel 1999, all’AIA in Olanda, ad un grande congresso per la pace nel mondo (oltre 9000 partecipanti), è stato elaborato un documento per la costituzione di una “Forza Nonviolenta di Pace” (Nonviolent Peace Force) cui hanno aderito 7 premi Nobel per la Pace, ed oltre 200 Organizzazioni Non Governative di tutto il mondo, molte delle quali avevano già esperienza di questo tipo di attività, come appunto le PBI. Nel novembre 2002 si sono ritrovate a Delhi, per la costituzione ufficiale di queste Forze e per scegliere il primo intervento comune che è stato deciso di realizzare, nei prossimi mesi, nello Sri Lanka. Ed in molti paesi del mondo le ONG che intervengono nonviolentemente in situazioni che preannunciano un conflitto armato, per cercare di evitarlo, portando avanti iniziative di diplomazia popolare, e lavorando al livello della mediazione dei conflitti, sono notevolmente aumentate e stanno cercando di dare vita a dei coordinamenti per rendere più efficace la propria azione, e superare limiti di improvvisazione e di scarsa preparazione qualche volta presenti . La creazione di questi coordinamenti è avvenuta e/o sta avvenendo in Germania, in Francia, in Inghilterra, e, con una certa difficoltà, anche in Italia. Tuttavia alcune ONG italiane hanno aderito alle NPF, preso parte al congresso fondativo di Delhi, dove un italiano è stato eletto come co-rappresentante delle European Nonviolent Peace Forces
Ma mentre sono in grosso fervore queste iniziative di Organizzazioni Non Governative, Organismi Governativi, come le Nazioni .Unite, si stanno muovendo, anche su sollecitazione di queste stesse ONG che, con il loro lavoro, non intendono sostituire i Governi e le Organizzazioni.Internazionali.Governative, ma stimolarli ad una maggiore comprensione dell’importanza della prevenzione dei conflitti armati, e dell’uso della nonviolenza per evitarli e risolverli pacificamente. Così nell’Agenda per la Pace dell’ex Segretario delle Nazioni Unite, Boutrous Gali, si parla dell’importanza di attrezzare le Nazioni Unite per dar vita ad interventi civili di questo tipo. Ed anche il suo successore, Kofi Annan, ha scritto ripetutamente sulla necessità di prevenire le guerre, anche grazie ad organismi civili di questo tipo, ed ha chiesto alla società civile dei vari paesi del mondo di organizzarsi e premere dal basso verso i loro stati, che compongono le Nazioni Unite, perché superino l’attuale concezione che le guerre si risolvono con le armi e con le forze armate, e diano più importanza al lavoro civile ed alla prevenzione degli stessi conflitti. Il Parlamento Europeo, come abbiamo visto, già nel 1995 ha approvato una mozione, poi ripetuta ed approfondita in varie occasioni, perché si creasse, a livello della Comunità Europea, un “Corpo Civile di Pace”, di persone ben preparate all’azione nonviolenta, prima, durante e dopo l’esplodere dei conflitti armati, per evitarli e superarli pacificamente. E l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea), nel suo congresso di Istambul, nel 1999, ha deciso di dar vita a gruppi di intervento rapido (REACT- Rapid Expert Assistance and Cooperation Team) formati da esperti civili di risoluzione nonviolenta dei conflitti che vadano nelle zone calde per prevenire l’esplosione del conflitto, per gestire pacificamente la crisi, o per mettere in atto attività per la riconciliazione dopo il conflitto.
Ed alcuni paesi, tra cui l’Italia, hanno approvato leggi che legalizzano i cosiddetti “Caschi Bianchi” (per distinguerli dai “Caschi Blu” armati) riconoscendoli come sostitutivi di un eventuale servizio militare obbligatorio, e permettono, con l’aiuto dello stato, alle persone che ne fanno parte di fare interventi nonviolenti in aree di conflitto anche all’estero.
Purtroppo queste iniziative istituzionali, sia a livello internazionale che nazionale, trovano ostacoli in quella violenza culturale che fa si, a livello dei governi, e di molte persone, che si continui a credere che la “guerra”, e l’uso delle armi, siano il modo naturale di risolvere i conflitti, e che la loro soluzione con mezzi pacifici e nonviolenti sia solo una utopia. Questa credenza è rinforzata, e stimolata, dai grandi guadagni che le nazioni più potenti e più ricche del mondo traggono dalla costruzione e dalla vendita di armi nel mondo.
Per questo, affinché i Corpi Civili di Pace, o le N.P.F., possano svilupparsi nella loro pienezza e mostrare la propria validità andando oltre gli interventi, spesso solo simbolici, fatti finora, è necessaria una forte rivoluzione culturale e sociale, che si sviluppi a livello mondiale, e che faccia capire, non solo ai governanti ma anche alla gente comune, la stupidità e l’assurdità del ricorso alla guerra ed alla violenza armata, come sosteneva Erasmo da Rotterdam, e dia uno spazio reale alla prevenzione, alla mediazione, ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, e sviluppi la cultura della trasformazione dei conflitti, a tutti i livelli, da quello micro a quello macro, in occasioni di confronto e di dialogo, e non di scontro o di violenza armata.
A livello del nostro paese è indispensabile che le varie organizzazioni che hanno lavorato e lavorano in questo campo, spesso anche con iniziative di avanguardia rispetto al quadro internazionale come alcune su accennate, superino il proprio particolarismo ed il proprio isolamento e decidano di dar vita, insieme, in forme da studiare congiuntamente, e mettendo in comune le proprie reciproche competenze ed esperienze, ad un “Corpo Civile di Pace” che possa fare interventi più efficaci di quelli svolti finora, e possa anche richiedere quei riconoscimenti istituzionali che un lavoro di questa importanza richiede.
Questo salto di qualità è richiesto anche dalle popolazioni dei vari paesi in cui sono intervenuti ed intervengono i volontari italiani. Queste sostengono infatti che la semplice presenza in loco di volontari come “osservatori”, tende a ridurre la violenza da parte dei militari, della polizia, o dei gruppi terroristici, e chiedono perciò che questa presenza venga incrementata. Ed in una recente relazione di un gruppo di esperti che ha visitato l’Iraq e svolto ricerche approfondite (tra questi la moglie dell’ ex Primo Ministro della Grecia Papandreou, l’ex coordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite in Iraq, D. Halliday, e vari dirigenti di centri di ricerca per la pace e di sindacati europei) si dice che la presenza in Iraq di 5000 volontari, come protettori civili (alcuni dei quali stanno già arrivando) che stiano presso attrezzature civili come gli impianti di elettricità, di acqua potabile, o di telecomunicazione, potrebbe ridurre sensibilmente il rischio che queste vengano bombardate. Ma D. Halliday, intervistato da me nel suo recente viaggio in Italia, ha molti dubbi sul fatto che Bush e Blair si lascerebbero fermare dagli scudi umani, e ritiene che bombarderebbero queste strutture lo stesso. Una opinione un po’ diversa è quella di J. Galtung, uno dei più noti ricercatori per la pace del mondo, che, nella lezione introduttiva dell’anno accademico del Corso di Laurea in “Operatori per la Pace” dell’Università di Firenze ha parlato dell’importanza di una resistenza di questo tipo, portando però il numero di persone necessarie a fermare la guerra in Iraq a 100.000, e sostenendo che, da informazioni avute, la presenza di queste persone – specie se molte di loro, come sta già avvenendo, sono familiari delle vittime delle torri di New York- è visto dai dirigenti militari degli Stati Uniti come un grosso ostacolo a portare avanti il loro piano di guerra. Ma iniziative di questo tipo richiedono un salto di qualità notevolissimo da parte non solo del movimento pacifista nel suo complesso, che nelle manifestazioni del 15 Febbraio ha comunque dimostrato una capacità organizzativa notevole, e di aver fatto un grosso passo avanti verso un processo di “globalizzazione della pace” (oltre 100 milioni di persone, in 72 stati e 250 città del mondo, che manifestano nello stesso giorno e per lo stesso obiettivo è un risultato straordinario mai raggiunto in precedenza) ma soprattutto di quelli che Pontara definisce “pacifisti specifici” che stentano ancora a coordinarsi tra di loro e che non sono in grado attualmente, con la loro lentezza a dar vita a dei Corpi Civili di Pace validi, di avere la forza e la capacità di organizzare una resistenza tipo quella ipotizzata da Galtung. Questo fa si che i sostenitori della pace, anche se stanno aumentando, rischiano di essere inefficaci e di essere sempre sopraffatti da quelli che ritengono che non ci siano alternative all’intervento armato. Una valida resistenza alla guerra, che non duri un solo giorno, richiede una organizzazione ed un coordinamento migliore di quello attuale, e la costituzione di quei “Corpi Civili di Pace” qui preconizzati che riescano anche, se possibile, ad ottenere un riconoscimento istituzionale, ad esempio, dalle Nazioni Unite, dalla Comunità Europea o da qualcuno dei governi in carica, e che siano capaci di mobilitare numeri anche elevati di persone ben preparate alla lotta nonviolenta, disposte, se necessario, a rischiare la propria vita. Riusciremo a portare avanti una impresa come questa, ed a mettere la guerra fuori della storia? La speranza degli estensori di queste note è quella che, se molti gruppi, organizzazioni, e persone singole si impegnano seriamente, e con costanza, forse si riesca a fare qualche passo avanti importante e concreto in questa direzione.
Bibliografia essenziale
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Dopo la guerra jugoslava: corpi di pace nonviolenti per la riconciliazione nel Kossovo*
Maggio 1, 2008
di Alberto L’Abate
La guerra nei Balcani ha distrutto non tanto le forze militari serbe (secondo il ministro della difesa tedesco, in una dichiarazione del 14 giugno “il danno loro inflitto dai bombardamenti della Nato è stato minimo”, e secondo il Times di Londra la Nato ha distrutto solo 13 dei circa 300 carri armati dell’Esercito Jugoslavo) ma la società civile serba, albanese, ed anche quella dei paesi occidentali.
La distruzione non è stata solo materiale (migliaia di civili uccisi, inquinamenti irreversibili che provocheranno danni e morti anche alle generazioni future, quasi un milione di deportati e profughi – prima albanesi del Kossovo, ora che questi sono in gran parte ritornati al loro paese, Serbi e Rom che scappano da questa regione -, strade, ponti, acquedotti ed impianti per la produzione elettrica, industrie e abitazioni private distrutte o bruciate, ecc. ecc.) ma anche psicologica. Il cittadino comune, non solo di quei paesi distrutti dalla guerra ma anche del mondo occidentale, si è visto trasformato in una pedina che subisce, ed alla fine spesso accetta – probabilmente anche a causa dell’uso strumentale dei mezzi di comunicazione di massa e della propaganda di tutte e due le parti – una guerra che doveva durare pochi giorni e che è invece durata oltre tre mesi, e che non ha raggiunto gli obbiettivi fondamentali per i quali si è detto averla iniziata, e cioè la protezione della società civile kossovara, la cui pulizia etnica e la cui persecuzione è aumentata invece proprio dopo l’inizio della guerra. Una guerra assurda, da tutte e due le parti, che ha visto superare il conflitto armato con accordi che, se si fossero realmente voluti e ricercati, avrebbero potuto essere raggiunti anche prima, senza scatenarla (1). E’ vero che dopo la guerra la popolazione fuggita è potuta tornare alle loro case ma le hanno trovate in gran parte distrutte e saccheggiate, e sono ancora impegnati a ricostruirle. Ma c’è ora la fuga degli altri, di quelli che hanno partecipato alle persecuzioni ed alle razzie, ma anche di coloro che, semplicemente perché parte dell’altro gruppo etnico, sono considerati dei ladri o dei criminali.
Il singolo cittadino, e la società civile in genere, esce da questa guerra più “alienato” di quanto fosse già prima, con un gran senso di impotenza, e cioè con la sensazione che a decidere le guerre sono poteri più grandi di lui (economici, politici, strategici, ecc.), e che la vera vittima della guerra è la stessa società civile, e la convivenza interetnica in tutti i paesi del mondo. La guerra ha infatti spezzato gli ultimi fili del dialogo e polarizzato i due gruppi nazionali, da una parte sulle posizioni di Milosevic e degli ultra-nazionalisti serbi, e dall’altra su quelle dello UCK (l’esercito di liberazione del Kossovo). E questo rende difficile ipotizzare un futuro di dialogo e di coesistenza. La guerra non è certo il modo migliore per far convivere due popoli. Essa è al più la premessa di una spartizione dei territori su base etnica, come è successo in Bosnia, e come sta accadendo anchenel Kossovo, nella zona nord. Segno di questa è la situazione di Mitrovica, divisa in due con una zona al nord del fiume (che include anche i ricchi giacimenti minerari di Trepca) che i serbi danno già per acquisita alla Serbia (loro militari, in civile, sono già entrati nella zona e con i paramilitari, che non sono mai andati vita, stanno espellendo dall’area tutti gli albanesi). Ma l’operazione inversa sta avvenendo invece nella zona sud del Kossovo dalla quale invece frangie dell’UCK stanno espellendo la popolazione serba ed i Rom. E’ certo che le premesse per una convivenza pacifica tra le due etnie sono state estremamente ridotte dalla guerra che ha incrementato notevolmente gli odi reciproci, e che sarà necessario un grossissimo lavoro di riflessione critica sul passato, di riapertura del dialogo, e di ricerca di forme di riconciliazione tra i due gruppi etnici perché si possa pensare nuovamente ad una convivenza pacifica nello stesso territorio, soprattutto quando si porrà il problema (quando ?) dell’uscita delle truppe internazionali dal territorio. Una convivenza garantita dalla presenza di truppe esterne sarebbe infatti estremamente falsa e destinata a durare molto poco. Il dialogo può riprendere solo a condizione che ci sia un reale processo di democratizzazione di tutta l’area, e che si proceda, attraverso un valido piano di sviluppo economico, sociale e politico dell’area, al superamento dei singoli stati ed alla creazione di una entità balcanica come sub-area di una Europa Unita. In una entità del genere, se portata avanti non come imposizione dall’esterno ma come maturazione interna delle varie nazionalità dell’area, lo statuto finale del Kossovo assumerebbe una importanza relativa. Potrebbe essere una autonomia internazionalmente concordata e protetta, oppure una indipendenza alla pari con le altre entità statuali cui si leghi con rapporti confederali, ma l’elemento fondamentale è quello che di questa entità facciano parte non solo la Serbia, il Montenegro ed il Kossovo, ma anche l’Albania, la Macedonia, e forse anche la Bosnia ed altri paesi vicini. Il processo di parcellizzazione della ex-Jugoslavia deve perciò finire per dare avvio ad un processo opposto di riaggregazione, indispensabile non solo a livello politico, ma soprattutto a quello economico. L’economia e lo sviluppo economico trovano nelle frammentazioni statuali una limitazione ed uno ostacolo, mentre sono aiutate da un processo inverso di limitazione dei confini. Ma tutto questo presuppone che l’Europa si affretti a diventare un soggetto politico esso stesso, e non si limiti ad una corsa per la spartizione del mercato di quest’area, come avvenuto finora, in concorrenza l’uno con l’altro.
La guerra, oltre a destabilizzare tutti i Balcani (la guerra ha infatti aggravato la situazione dei rapporti tra Serbia e Montenegro, ed ha anche posto gravi problemi ai rapporti tra macedoni e albanesi in Macedonia, con il rischio, in tutte e due le zone, di esplosione di un conflitto armato), è servita a mandare a fondo la moneta europea nei confronti del dollaro. Solo una Unione Europea politica può superare l’attuale unipolarismo statunitense che rischia di essere, per la pace, ancora peggiore del vecchio bipolarismo Est/Ovest ormai ampiamente affossato.
Nel lavoro di ricostruzione della convivenza la teoria e la pratica della nonviolenza possono essere molto utili. In questo possono aiutare, da una parte, la concezione nonviolenta del superamento delle forme statuali chiuse e la ricerca di forme il più possibile aperte (2). Dall’altra parte, la conoscenza, meglio di altri, da parte delle persone che fanno parte di questi gruppi dell’importanza e delle tecniche di educazione alla pace, alla convivenza tra i popoli, ed al superamento dei pregiudizi interetnici, che possono perciòlavorare per diffondere queste competenze tra le varie popolazioni della zona per aiutarle a ristabilire un dialogo reciproco ed a trovare forme di riconciliazione. Queste competenze esistono già nella zona: si pensi alle lotte nonviolente portate avanti dalla popolazione albanese del Kossovo per tanti anni (3), od a quelle organizzate dall’opposizione serba contro la falsificazione dei dati elettorali da parte del governo serbo (4), ed al bellissimo movimento della riconciliazione nel Kossovo che ha visto nel 1990, in pochi mesi, riconciliare oltre 1250 famiglie legate tra loro da un patto di vendetta, superato grazie alla rivalorizzazione del principio del perdono e della riconciliazione che facevano parte dello stesso codice (5). La maggior parte di queste riconciliazioni sono avvenute tra appartenenti della etnia albanese, ma un certo numero, quasi un centinaio, anche con membri di altre etnie (serbi, macedoni, montenegrini). Ma la guerra ha affievolito il ricordo di queste competenze ed ha messo in primo piano l’esercizio delle armi, ed ha aumentato gli odi ed i pregiudizi reciproci. Per questo è importante che nella zona non vadano solo forze armate delle Nazioni Unite, ma anche persone esperte in mediazione dei conflitti e nella pratica della nonviolenza, come, per esempio, i Corpi Europei Civili di Pace, che Alex Langer aveva promosso e che una raccomandazione del Parlamento Europeo, del febbraio 1999, suggerisce di organizzare (6). Tali corpi, in attesa della loro costituzione ufficiale, possono essere anticipati da persone facenti parte delle organizzazioni che hanno lavorato in questi anni in questa area con questi stessi fini (come, ad esempio, la Campagna per una Soluzione Nonviolenta nel Kossovo, ora ridefinita come Campagna Kossovo per la Nonviolenza e la Riconciliazione, oppure i Beati i Costruttori di Pace, o i membri dell’Operazione Colomba dell’Associazione Giovanni XXIII) e possono portare avanti da subito un lavoro di questo tipo che serva come rinforzo alle capacità locali ora emarginate per farle ritornare in primo piano, aiutandole anche a riorganizzarsi e potenziarsi collegandosi a rete non solo all’interno dello stesso gruppo etnico ma tra gruppi diversi (ad esempio tra gruppi nonviolenti serbi, albanesi, macedoni, montenegrini, ecc.). Questo può permettere a queste organizzazioni del luogo, una volta che abbiano ripreso le loro attività, e le abbiano viste anche potenziate grazie a questo apporto esterno, e si siano collegate a rete, di lavorare sugli interessi comuni per la rinascita di queste zone, e per un processo di riconciliazione che non dimentichi le ingiustizie ed i crimini commessi in passato, ma cerchi di superarli nello stesso modo in cui è stato portato avanti il processo di riconciliazione, attraverso commissioni apposite, in Sud Africa, dopo la fine dell’apartheid (7).
Per portare avanti un lavoro di questo tipo può essere utile il progetto della costituzione di ambasciate di pace a Belgrado ed a Pristina messo a punto, congiuntamente, dalla Campagna Kossovo, e dalla Associazione “Berretti Bianchi” (8). L’idea della costituzione di Ambasciate di Pace in zone a rischio era stata lanciata da alcuni pacifisti jugoslavi dopo una delle varie iniziative in cui una carovana di pacifisti occidentali era stata a visitare i vari paesi dell’area per appoggiare le forze che in quella zona si opponevano alla guerra e cercavano forme nuove, basate sul consenso e sul rispetto reciproco, per la convivenza tra i diversi popoli che componevano quel paese. Dopo una di queste marce apparve, su “Peace News” una lettera firmata da alcuni pacifisti dei vari paesi che componevano l’ex-Jugoslavia. In questa si diceva, in modo molto dolce, ma deciso, qualche cosa di simile: “Apprezziamo la vostra buona volontà di appoggiare i nostri movimenti pacifisti ma crediamo che dovreste studiare forme nuove di intervento. Voi venite di solito da noi per una settimana o due. Durante questo periodo siamo lieti di collaborare con voi e ci mettiamo in luce come vostri amici. Ma quando ripartite noi restiamo qui, ed il fatto di essere vostri amici ci mette molte volte in difficoltà e ci espone alle angherie dei governi e della gente che è favorevole alla guerra. Dovreste perciò studiare la possibilità, invece di venire in tanti per pochi giorni, di venire anche in un piccolo gruppo restando a vivere qui da noi a lungo in modo da poter comprendere meglio le condizioni in cui viviamo, e di darci una mano, alla pari, con consigli, sostegni materiali, o in altri modi da concordare insieme, per raggiungere i nostri comuni obbiettivi di pace e di convivenza tra i popoli”. Da questa lettera e dall’esperienza acquisita con il Campo della Pace realizzato nel 1990 a Bagdad, unitamente a ulteriori riflessioni all’interno di quell’area che aveva dato vita all’iniziativa irakena ed alla Campagna per una Soluzione Nonviolenta nel Kossovo, nacque la prima idea dell’apertura di quella che è stata chiamata l’Ambasciata di Pace di Pristina. Questa si richiama anche alle esperienze di questo tipo fatte da comunità quacchere in vari paesi in conflitto o dove il conflitto stava per iniziare, esperienze che hanno portato queste comunità ad essere tra le più attive, ed anche esperte, nella mediazione dei conflitti armati. La richiesta di un appoggio a lungo termine si è ripetuta da parte della popolazione albanese del Kossovo che stava lottando con la non-violenza perché gli venissero restituite le prerogative statuali dell’autonomia di cui godeva questa provincia-stato sulla base della Costituzione del 1974, e che gli sono state tolte, nel 1989, con la violenza (la sede dell’assemblea al momento del voto era circondata da carri armati) e con la frode (9). Essa si lamentava che i governi occidentali capissero solo il linguaggio delle armi e non quello della non-violenza, e chiedeva aiuto per superare questo stato di cose e per essere aiutata nella sua lotta nonviolenta per far comprendere le sue ragioni al mondo occidentale che sentiva sordo ai suoi problemi. Per questo nel 1993 si è costituita la “Campagna per una Soluzione Nonviolenta nel Kossovo”, che raggruppava e raggruppa varie ONG italiane impegnate nella nonviolenza attiva. E nel 1995 fu deciso, da parte di questa, di aprire una Ambasciata di Pace a Pristina, resa possibile da un finanziamento della Campagna Italiana, e poi anche di quella Internazionale, per l’Obiezione di Coscienza alle Spese Militari (OSM). L’Ambasciata è restata aperta fino al 1997, con visite successive fino ad oggi. Ha lavorato per riaprire la comunicazione tra serbi ed albanesi della Serbia e del Kossovo, in particolare tra gruppi di base delle due parti; per appoggiare le poche organizzazioni del Kossovo non soggette alla pulizia etnica perciò miste, da noi definite “focolai di pace” (tra questi in particolare le associazioni handicappati); per far conoscere, con visite studio, mozioni, mostre fotografiche, video, convegni, libri, articoli, conferenze, i problemi di quest’area al pubblico più vasto del nostro paese ed alla nostra classe politica; per studiare a fondo, ascoltando le ragioni delle due parti, le possibili soluzioni nonviolente al conflitto, sia elaborate da noi stessi che da altre organizzazioni non governative attive in questa area, e presentarle in incontri appositi per la mediazione del conflitto cui erano presenti le due parti, (Vienna, Ulqin), al nostro ministero, ed al Parlamento Europeo, od organizzando essa stessa, con la collaborazione di altre ONG impegnate in questo lavoro, degli appositi incontri di studio e di confronto tra le parti (Bolzano, Lecce).
Secondo alcuni critici l’esperienza dell’Ambasciata di Pace a Pristina sarebbe fallita perché non è riuscita ad evitare la guerra in atto. In realtà chi fa questo rilievo non tiene conto di vari aspetti:
• i grossi interessi economici e strategici coinvolti tuttora nella guerra che portano gli stati più potenti ad investire nella produzione e nel traffico di armi quantità di risorse ingentissime, che sperano di riavere o attraverso la vendita di armi “nuove”, o nella ricostruzione del paese distrutto, o nell’influenza politico-strategica in una zona importante del mondo.
• l’immenso squilibrio tra le spese investite per fare la guerra e quelle invece dedicate alla prevenzione dei conflitti armati. Basti dire, a mò di esempio, che le spese affrontate per le attività della nostra organizzazione e di tutte le altre che hanno lavorato per la prevenzione del conflitto armato nel Kossovo rappresentano, in totale, all’incirca solo il costo di pochi minuti di guerra (al massimo cinque), che, in termini percentuali, corrispondono solo allo 0,006%, ovvero 6 lire su 100.000 di quanto è stato speso in soli 60 giorni di bombardamenti (dei circa 75 in cui è durata la guerra). E questo senza tenere conto di tutte le spese che vengono e verranno investite per l’assistenza ai profughi causati da questa guerra e dei costi per la ricostruzione di ciò che la guerra ha distrutto (ma molte vite umane non saranno “ricostruibili”). Se alla prevenzione si fossero dedicate più risorse, economiche ed umane, sicuramente i risultati avrebbero potuto essere molto diversi .
• che quanto ha costruito l’Ambasciata non va visto soltanto dai risultati a breve raggio, ma anche nei suoi effetti a lungo andare, soprattutto al momento in cui, come attualmente, è necessario lavorare per la riconciliazione dei popoli che la guerra ha allontanato ulteriormente, affinché possano continuare a convivere su uno stesso territorio, cercando forme nuove di organizzazione, possibilmente a livello confederale, come sotto-area dell’Europa stessa.
• che, nella prospettiva dell’evoluzione storica, l’esperienza dell’Ambasciata di Pace segna un passo ulteriore nella direzione del rafforzamento dell’incontro tra i popoli, e della loro comunicazione reciproca, grazie allo sviluppo di forme di diplomazia popolare che rispondono anche alla necessità di superare sia gli Stati-Nazione, sia l’attuale assetto delle organizzazioni sovra-nazionali le quali, per la loro stretta dipendenza dagli Stati più potenti, sono in gran crisi e sull’orlo della dissoluzione. Invece lo sviluppo, dal basso, di forme di diplomazia popolare, tra cui si inserisce, a buon diritto, l’esperienza delle Ambasciate di Pace, può aiutare la costruzione di una pace mondiale che non sia soltanto “assenza di guerra”, ma anche trasformazione delle relazioni tra i popoli, e fondi la risoluzione delle controversie sulla prevenzione del conflitto armato mediante la ricerca di soluzioni giuste ma pacifiche, piuttosto che sugli equilibri e le alchimie politico-militari.
Gli amici albanesi del Kossovo che hanno partecipato al movimento per la riconciliazione sperano (e noi speriamo con loro) che sia possibile far rinascere tra la popolazione albanese questa esperienza, e che si possa superare questa fase in cui gli albanesi, non tutti, ma almeno un certo numero di loro, cercano di vendicarsi dei Serbi e degli altri gruppi etnici per le angherie subite durante il periodo della cosiddetta “legge di emergenza” (non è un caso che anche l’apartheid in Sud Africa si basasse su una legge definita di “emergenza”).
Cosa stiamo cercando di fare per aiutare questo processo, come ci chiedono gli amici albanesi?. Da una parte stiamo lavorando a livello della cultura e dell’Università. L’estate passata sono tornato in Kossovo per circa un mese, dopo esserci stato per circa un anno nel periodo in cui ha funzionato l’Ambasciata di Pace a Pristina. Questo viaggio è stato fatto anche per conto del Rettore dell’Università di Firenze che è vice presidente della Task Force Universitaria per i Balcani, che è un gruppo accademico europeo che studia la situazione delle Università e cerca possibili soluzioni di ripresa dopo la guerra. Sulla base di incontri approfonditi e visite varie la Task Force per il Kossovo ha avanzato una serie di proposte che abbiamo portato all’attenzione dell’organismo delle Nazioni Unite che gestisce la zona in questo periodo. Abbiamo fatto anche una proposta al Governo italiano di collaborazione tra varie Università italiane e quella di Pristina, vista non solo nella sua componente albanese, ma mista, cioè come era prima dell’89, quando esisteva un’unica Università con la componente albanese e serba. Se queste indicazioni verranno approvate dal Ministero degli Esteri Italiano e riesciranno a diventare operative questo potrebbe essere un punto importante per un possibile lavoro comune tra etnie diverse.
Per quanto riguarda gli aspetti della cultura stiamo anche cercando di stimolare una riflessione sull’aspetto della vendetta e sulla necessità del suo superamento richiamando gli albanesi del Kossovo alle loro tradizioni culturali, in particolare quella della riconciliazione, come ci hanno chiesto di fare gli amici albanesi che hanno partecipato a tale movimento. Questo lo abbiamo fatto portando a conoscenza degli Albanesi l’esperienza sulla riconciliazione in Sudafrica che è stata oggetto di un bel libro, pubblicato da il Manifesto. Il saggio da me scritto su questo argomento, oltre a far conoscere l’esperienza del Sud Africa cerca anche di fare un proposta di applicazione dello stesso principio per il Kossovo, per i reati “non sistematici” (quelli cioè non perseguibili dalla Corte Internazionale dell’Aia). L’articolo da me scritto su questo argomento è stato tradotto in albanese per conto del Direttore di una delle maggiori riviste kossovare e pubblicato nel suo giornale. La speranza del Direttore, ed anche mia, è quella che la pubblicazione dell’articolo possa servire a stimolare un dibattito che ci si augura possa coinvolgere gli intellettuali delluogo, la stessa Università, ed anche i politici locali, con una tavola rotonda sull’argomento ed eventualmente con progetti specifici per l’attuazione di questo obiettivo.
Oltre a questo abbiamo un progetto di formazione di formatori locali, parzialmente finanziato dalla Regione Toscana nella sua legge sulla pace. Questo progetto punta ad incoraggiare i gruppi che sia nel Kossovo che in Serbia hanno lavorato con la nonviolenza contro la guerra, per il dialogo e la ricerca pacifica di soluzioni. Ora questi gruppi sono scoraggiati e messi ai margini. Ma la nostra speranza ed il nostro progetto è quello di rinforzarli , riportando in primo piano le loro competenze in questo campo e ristabilendo quella rete di relazioni, tra gruppi kossovari, serbi, montenegrini, macedoni, che prima della guerra era attiva, ma che ora langue a rimettersi in moto. Per far questo prevediamo di organizzare vari training alla nonviolenza, sia nei suoi aspetti di azione diretta, ma sia soprattutto nelle sue capacità di superamento dei conflitti e di ricerca di momenti e forme di riconciliazione tra i nemici e gli avversari. Abbiamo per questi training l’impegno di alcuni dei migliori trainers mondiali. Si prevedono training prima separati trai vari gruppi etnici, poi, gradualmente, dei training comuni, che li facciano interagire direttamente e servano a rimettere in funzione la rete di rapporti di cui sopra. Le persone che parteciperanno ai training dovrebbero essere quelle attive nelle varie organizzazioni non governative, dei rispettivi paesi, che fanno parte della società civile e che sono interessate alla nonviolenza. I training sarebbero finalizzati alla formazione di trainers locali che possano diffondere queste competenze ad altre persone dei loro stessi gruppi o anche agli altri gruppi attivi nel territorio.
Ma un secondo progetto cui stiamo lavorando, in collaborazione con altre Organizzazioni Non Governative italiane, come i “Beati i Costruttori di Pace”, l’ “Operazione Colomba” dell’Associazione Giovanni XXIII di Rimini, ed i “Berretti Bianchi”, è quello dell’intervento in zona di “Corpi Civili di Pace”. Questi sono già operativi in zona da vario tempo, il nostro obiettivo è quello di rinforzare il loro lavoro con maggiori e più validi collegamenti reciproci e con un rapporto più stretto con le Organizzazioni Governative della zona, in modo da stimolare queste ultime ad un lavoro più efficace e più legato ai problemi concreti della popolazione. Il lavoro che viene attualmente fatto da queste organizzazioni è nel campo dell’educazione alla pace, della comprensione interetnica e dell’interposizione non armata, nella forma di accompagnamento di persone di una etnia nelle aree controllate dall’altra.
Il gruppo che ha finora lavorato di più nel campo dell’educazione alla pace è stato quello dei “Beati i Costruttori alla Pace”. Questi durante tutta l’estate scorsa, in paesi vicino a Pec/Peja, una delle zone in cui l’odio reciproco è più forte a causa dell’immane distruzione di case albanesi compiute da paramilitari e militari serbi, e dove i serbi rimasti sono continuamente minacciati di ritorsioni e di vendette (molte già realizzate), hanno portato avanti regolarmente in vari villaggi attività di animazione dei bambini, con canti, giochi, recite, ed altre attività simili. E questo con personale del tutto volontario, non remunerato. E’ importante il commento di uno dei padri di questi bambini venuto ad assistere alla recita del figlio “E’ la prima volta — ha detto — che vedo mio figlio ridere dopo la guerra!”. Ma l’attività è servita anche a fini preventivi perché ha portato i bimbi a giocare in zone sicure, da dove le varie mine ( o messe dai serbi o delle bombe a grappolo della Nato) sono già state tolte. Molte volte invece i bambini, lasciati soli, andavano a giocare in zone ancora a rischio ed era ed è tuttora frequente il caso di bimbi uccisi o comunque invalidati dallo scoppio di una di queste mine. Ma un’altra attività importante è stata, e viene portata avanti regolarmente, quella dell’educazione alla pace di insegnanti di un comune nel quale la popolazione è tuttora mista, con una presenza quasi uguale a quella albanese di mussulmani di etnia slava che parlano, come loro lingua, il serbo-croato. In questo comune sono stati portati avanti vari incontri per insegnare ai docenti delle scuole elementari della zona, in accordo con le autorità locali, i giochi cooperativi ed altri aspetti di una educazione attiva dei bimbi alla pace. Questo è stato fatto in una prima fase separatamente, con gli insegnanti di ciascuna delle due lingue, ed in seguito insieme, con la traduzione in consecutiva in ambedue le lingue. Se si pensa che a Pristina un funzionario di una Organizzazione Governativa è stato ucciso per la strada sembra semplicemente perché si è azzardato a parlare in lingua serba, questo è un risultato da non sottovalutare per la ripresa ed il mantenimento di una convivenza tra etnie diverse.
I volontari dell’Operazione Colomba, cui collaborano anche obiettori di coscienza in servizio civile cui la legge attuale permette di svolgere una parte del proprio servizio anche all’estero come “Caschi Bianchi”, portano avanti, invece, in due zone, a Pec/Peja, ed a Mitrovica, una attività di interposizione non armata tra i due gruppi etnici in lotta reciproca. Così a Peja sono andati ad abitare, chiamati da lei, in casa di una signora anziana serba che era stata minacciata da gruppi albanesi sedicenti dell’’UCK che volevano bruciare la sua casa, e le avevano imposto di andarsene. La presenza nella casa dei volontari dell’Operazione Colomba quando gli albanesi sono venuti per bruciare la casa ha impedito che questo si avverasse. La signora è poi partita lo stesso ma ha lasciato gratuitamente la casa ai volontari dicendo “se è ancora intatta è merito vostro”. Ed in una zona vicino a Peja i volontari si sono collocati in un paesino abitato da albanesi che, però, per arrivare in città ed andare a fare spese o recarsi dal medico o all’ospedale, devono passare accanto ad un villaggio completamente abitato da serbi. Lo fanno con grande paura a causa di vari incidenti avvenuti in quella strada. La presenza dei volontari che accompagnano queste persone in città con la loro macchina ha permesso a molte di queste persone di non restare completamente isolate rispetto ai negozi ed ai servizi pubblici della città, in particolare degli ospedali. Ma i volontari dell’Operazione Colomba sono presenti anche in una zona ancora mista del nord di Mitrovica dove ancora convivono albanesi e serbi, cercando con la loro presenza, malgrado varie minacce ed anche botte, di mantenere questo carattere misto di convivenza tra etnie diverse.
I “Berretti Bianchi” invece, una nuova associazione costituita da persone che erano già state coinvolte in vari interventi di prevenzione e di pacificazione nonviolenta in Iraq, Jugoslavia, Chiapas, ecc. ha invece aperto, dopo la fine della guerra, ma con un viaggio anche durante – alcuni di loro sono scampati per miracolo alle bombe Nato – una “Ambasciata di Pace” a Belgrado, definita però, meno pomposamente, “Centro di Amicizia trai Popoli”. Questa ha collaborato e collabora con le associazioni della società civile di Belgrado, in particolare, ma non solo, con le “Donne in Nero” e con altri gruppi nonviolenti, ed ha attivato delle forme di gemellaggio tra scuole italiane e scuole della Serbia molte volte pesantemente danneggiate dalle bombe della Nato. L’idea cui sta attualmente lavorando, in collegamento con le altre associazioni su citate, compresa la Campagna Kossovo che sta progettando di aprire anche a Pristina un “Centro per l’Amicizia trai Popoli”, è quella di un gemellaggio triangolare tra varie scuole, di tutti i livelli, si spera anche a livello Universitario, con una scuola italiana che mantiene contatti stretti con una scuola serba ed una albanese e cerca così, indirettamente, in una prima fase, nella speranza di arrivare in un secondo tempo ad incontri comuni, di mantenere i rapporti anche tra i bambini o gli adulti serbi ed albanesi. Ambedue queste popolazioni sono state vittime di pulizie etniche, di bombardamenti, di crimini vari, e le interpretazioni che hanno elaborate di questi avvenimenti sono spesso distorte dalle reciproche propagande di guerra. E’ importante perciò portare avanti un processo di ricerca della verità che non dimentichi i torti di ambedue le parti (sia realizzati dai Serbi che dalla Nato) ma che non consideri la popolazione dell’altra parte come “criminale” essa stessa, ma ne veda anche il carattere di vittima di forze e di interessi che vanno molto spesso al di sopra delle loro teste. E’ solo così che si può sperare, in un futuro speriamo non troppo lontano, in una attivazione di un processo di riconciliazione, ed ad un ristabilimento di rapporti di amicizia e di confronto, e non di scontro o di guerra.
Un altro tipo di lavoro che ci è stato richiesto e che ci siamo prefissi è quello di stimolare il dialogo inter-religioso. Ci sono possibilità, c’è qualche prete cattolico che da anni mantiene aperto questo dialogo sia con i musulmani che con gli ortodossi, e ci sono anche, tra gli ortodossi, dei religiosi interessati a questo discorso. E’ perciò anche questa una strada da seguire se vogliamo un futuro di pace e di convivenza. Una recente dichiarazione congiunta dei leaders religiosi delle tre Chiese che, incontrandosi a Saraievo, hanno chiesto la fine delle violenze e delle vendette, è un passo importante in questa direzione (10).
Abbiamo fallito nel prevenire il conflitto, qualcuno ci ha detto che era un compito al di sopra delle nostre forze e che avremmo dovuto rinunciare (11); non l’abbiamo fatto, ma ci siamo trovati completamente soli a lottare contro interessi economici e strategici troppo grandi perché potessimo contrastarli. Ma speriamo e ci auguriamo che verso questo lavoro di riconciliazione non ci sia la sordità che c’è stata finora e che ci possano essere degli accordi e degli appoggi per poter lavorare non in una o due persone, ma con numeri abbastanza rilevanti.
Chiudo con una speranza: che si capisca che questo è un lavoro difficilissimo, ma necessario se vogliamo veramente che ci sia la pace e la convivenza multietnica in quella zona e non si arrivi, invece, allo scoppio di una nuova guerra che rischia di essere ancora peggiore di quella appena avuta, oppure che non si giunga alla divisione definitiva del Kossovo in due parti, una zona serba ed una albanese, il che si sta già profilando nell’area di Mitrovica. Ma il problema si pone anche per la stessa Serbia: infatti alcuni comuni del Sud erano abitati prevalentemente da albanesi che sono stati e vengono tuttora mandati via, e dove sta cominciando una risposta armata di gruppi albanesi collegati al vecchio UCK. Come si vede perciò la corrente attuale è verso una pulizia etnica reciproca e verso la costituzione di aree etnicamente pulite. Lavorare per la riconciliazione e per la convivenza multi-etnica vuol dire perciò andare contro corrente, con tutti i rischi e le difficoltà che questo comporta.
Questo è quello che stiamo cercando di fare e che riteniamo fondamentale se vogliamo realmente che queste persone restino nella zona in cui hanno vissuto fino a non molto fa, perché ci vogliono restare. Ricordo, tanto per citare, una persona serba con cui avevo fatto amicizia, che dirigeva il Media Center di Pristina, una agenzia di stampa serba, che aveva molto apprezzato il mio primo scritto sul Kossovo per la sua obiettività (12), e che mi ha ripetuto varie volte: “Se il Kossovo si stacca dalla Serbia piuttosto che andare a Belgrado vado in Grecia”. Tante persone come lui, che non hanno commesso alcun crimine, desiderano restare nella zona, ma non possono farlo perché si è creato un clima di caccia alle streghe, e tutti i Serbi ed i Rom sono considerati ladri o criminali. Ma lo stesso vale al nord invece per gli Albanesi. E questa pulizia etnica sta creando una nuova massa di profughi e rifugiati, anche nei nostri paesi, ad esempio di Rom che hanno spesso delle bellissime case nel Kossovo e vorrebbero ritornarci anche domani, ma non possono a causa del clima creatosi dopo la guerra.
Credo che una società civile non possa accettare questo clima di odio e di guerra e che sia importante che gli sforzi vengano uniti, non semplicemente per portare da mangiare, o per la ricostruzione della case, tutte cose molto importanti, ma anche per la ricostruzione di rapporti civili e di accordi, perché il problema della convivenza etnica è da affrontare se non vogliamo andare verso un mondo mono-etnico dove una convivenza tra diversi diventi impossibile.
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NOTE:
* Questo articolo riprende e sviluppa, sulla base dell’intervento fatto dall’autore al convegno di Trieste, e di una successiva visita nella zona, alcuni passaggi del saggio pubblicato nella Rivista “Testimonianze”, n.406, Luglio-Agosto 1999.
(1) Sulle possibilità di prevenire la guerra, e sulle ragioni che hanno portato al conflitto armato si veda il mio: Kossovo: una guerra annunciata, Ediz. La Meridiana, Molfetta (Ba), 1999.; ed il libro di G.Scotto, E. Arielli, La guerra del Kosovo, Anatomia di una escalation, Editori Riuniti, Roma, 1999. Utile anche il libro curato da P. Fumarola e G. Martelloni,, Kossovo tra guerra e soluzione politica, Casa Editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 2000.
(2) Uno dei più noti ricercatori per la pace, J. Galtung, direttore di Transcend, dice infatti che nel mondo ci sono molti più popoli che nazioni, e che se tutti i popoli volessero avere il loro stato il futuro dell’umanità sarebbe pieno di guerre e di violenze; ed insiste perciò sulla necessità di dar vita a stati multinazionali e multietnici e di lavorare per la convivenza multietnica non lasciandosi abbagliare dall’idea di stati “etnicamente puri”.
(3) Sulle lotte nonviolente dei Kossovari si veda la mostra fotografica organizzata dalla Campagna Kossovo che è stata presentata in molte città italiane e che può essere richiesta all’indirizzo e-mail . Tra non molto sarà disponibile anche nel sito internet, presso “Peacelink”, della Campagna stessa.
(4) Si può trovare una cronologia di queste lotte nel numero di febbraio 1997 della rivista “Guerra e Pace”.
(5) Sul movimento della riconciliazione del Kossovo si veda il n° 29, sett.-dic. 1997, della Rivista “Religioni e Società”: Kossovo, conflitto e riconciliazione in un crocevia balcanico, da me curato; oppure il libro di G. e V. Salvoldi, L. Gjergji, Kosovo – Nonviolenza per la riconciliazione, EMI, Bologna, 1999.
(6) Il testo della raccomandazione è pubblicato in “Azione Nonviolenta”, marzo 1999, pp.10-13.
(7) Si veda su questo l’articolo di N. Mandela, Perdono per il passato ma senza dimenticare, in “La Repubblica”, del 22 giugno 1999, ed il libro, Verità senza vendetta, curato da M.Flores, e pubblicato, nel 1998, da Manifesto Libri, Roma. Si veda anche il mio articolo: Kossovo: verità senza vendetta ma con giustizia, che è stato tradotto in albanese e pubblicato in una rivista kossovara “Zeri”. Il testo italiano ed inglese dell’articolo può essere richiesto al mio indirizzo e-mail su citato. Sulla base delle proposte di questo articolo la Campagna Kossovo ha presentato alla missione OSCE del Kossovo, su sua richiesta, un progetto di costituzione di tribunali civili a livello locale che lavorino in questa direzione.
(8) Vengono qui di seguito riprese alcune parti del testo : “Progetto Ambasciate di Pace” messo a punto ed approvato nel corso del Seminario di studio: Kossovo: che fare?, organizzato dalla “Campagna Kossovo per la Nonviolenza e la Riconciliazione” e dall’Associazione “Berretti Bianchi”, svoltosi a Firenze nei giorni 22-23 maggio 1999.
(9) Nella mostra fotografica su citata c’è la fotografia del momento fatidico in cui l’assemblea del Kossovo deve approvare la modifica costituzionale che toglie al Kossovo le caratteristiche statuali della sua autonomia. Da questa si vede chiaramente come solo un numero molto minore di persone rispetto a quelle che avrebbero dovuto votare alzano la mano in assenso – nella foto si possono contare 58 mani alzate ma una piccola parte dell’assemblea non è ripresa, e questo può forse portare i voti a favore a non più di 70, anche se almeno una delle mani alzate è di un funzionario di partito non avente diritto al voto – contro i 108 che avrebbero dovuto votare a favore per raggiungere la quota legalmente prevista per queste modifiche. Si veda su questo anche il libro di N. Malcolm, Kosovo, a short history, New York University Press, 1998. Egli parlando del voto del 23 marzo 1989, dopo aver accennato alle intimazioni esterne fatte con lo stazionamento di carri armati che circondavano il parlamento, e della presenza nell’aula di persone che non avrebbero avuto il diritto a votare ed invece hanno votato, scrive “In queste circostanze sono passate le modifiche costituzionali, ma senza la maggioranza di due terzi normalmente richiesta per questi cambiamenti” (p. 344).
(10) La dichiarazione è dell’8 febbraio 2000. Nel testo si dice., tra l’altro “[...] Tutte le popolazioni in Kossovo sono state sottoposte ad enormi sofferenze. Siano rese grazie a Dio che la guerra è finita, ma sfortunatamente continua ad esserci insicurezza e violenza. Nostro dovere ora è stabilire una pace durevole basata sulla verità, la giustizia e la vita comune [...] riconosciamo che le nostre tradizioni spirituali e religiose possiedono molti valori in comune e che questi valori condivisi possono servire come autentica base per una mutua stima, cooperazione e libera vita in comune sull’intero territorio del Kossovo [...] Ciascuna delle nostre tradizionali chiese e comunità religiose riconosce e proclama che la dignità dell’uomo e il valore umano è un dono di Dio. Le nostre fedi, ciascuna nel suo proprio modo, ci chiamano al rispetto dei fondamentali diritti umani di ogni persona. La violenza contro le persone o la violazione dei loro diritti fondamentali per noi non solo sono contrarie alle leggi fatte dagli uomini, ma anche infrangono la legge di Dio. Noi inoltre, nel mutuo riconoscimento delle nostre differenze religiose, condanniamo ogni violenza contro persone innocenti ed ogni forma di abuso o violazione dei fondamentali diritti umani, e specificamente noi condanniamo:
• atti di odio basati sull’etnicità o le differenze religiose;
• la profanazione di edifici religiosi e la distruzione di cimiteri;
• l’espulsione della gente dalle proprie case;
• l’impedimento del libero diritto di ritorno alle proprie case;
• gli atti di vendetta;
• l’abuso dei mezzi di comunicazione allo scopo di diffondere odio.
Infine, noi richiamiamo tutte le persone di buona volontà ad assumere la responsabilità delle loro proprie azioni. Trattiamo gli altri come vorremmo che essi trattassero noi.”
E Padre Sava, un prete della Chiesa Serbo Ortodossa, segretario del Vescovo Artemije, in una dichiarazione alla Radio dell’UNMIK dell’8 novembre 1999 era andato anche oltre esprimendo “il più grande dispiacere per tutto quanto è stato fatto da membri del popolo serbo e delle Forze Speciali contro i civili albanesi” ed ha descritto l’oppressione portata avanti per tanti anni contro la popolazione albanese del Kossovo come “un crimine molto grave”. Ma ha anche chiesto agli albanesi ragionevoli e onesti di dichiarare la propria opposizione alla violenza generalizzata contro i Serbi della Provincia. Ed ha aggiunto “Vediamo che molti albanesi vorrebbero che si ponesse fine alle violenze contro i Serbi, ma non possono, sono intimiditi ed impauriti come molti Serbi si sono sentiti prima”
(11) L’importanza della prevenzione è riconosciuta anche dall’attuale capo del governo italiano Massimo D’Alema, nel suo volume, Kosovo, gli italiani e la guerra A.Mondadori, Milano, 1999. Egli, alle pagine 110-111, rispondendo ad una domanda su quanto egli, i suoi colleghi europei e le sinistre in genere hanno imparato da questa guerra, dice: “abbiamo anche appreso lezioni severe: oggi sappiamo, con più chiarezza di prima, che dobbiamo impegnarci molto più a fondo nella prevenzione delle crisi. La tragedia potenziale del Kosovo era evidente già alla fine degli anni Ottanta: L’abbiamo trascurata, l’abbiamo lasciata marcire e poi esplodere ,abbiamo a lungo guardato altrove e alla fine siamo dovuti intervenire con la forza. Se avessimo reagito subito, forse [grassetto nostro] l’uso della forza, con tutte le sue drammatiche implicazioni, non sarebbe stato necessario. E’ una lezione da non dimenticare: è cruciale che la gestione della crisi sia costruita anzitutto su una capacità di prevenzione, quando possono essere ancora efficaci strumenti politici ed economici. L’uso della forza deve sempre rimanere l’eccezione”. Purtroppo le persone che hanno lavorato per la prevenzione della guerra sanno che se il nostro paese avesse lavorato seriamente su questo problema ed accolto le proposte della nostra Campagna e della Comunità di Sant’Egidio – che era riuscita a far firmare un primo accordo per la normalizzazione del sistema scolastico tra Milosevic e Rugova, e l’avesse seriamente monitorato subordinando gli aiuti e gli accordi economici con Milosevic e con la Serbia alla reale applicazione dell’accordo, e non alla sua semplice firma – il “forse” detto da D’Alema avrebbe potuto, quasi sicuramente, essere eliminato.
(12) Il testo si intitola “Kossovo: una guerra non guerreggiata”. La versione inglese del testo è stata presentata nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles, il 26 giugno 1996, alla riunione del gruppo di lavoro, promosso dal Gruppo Verde Europeo, per la costituzione dei “Corpi Civili Europei di Pace”. La versione italiana è stata pubblicata nel “Dossier Kossovo: per non dimenticare e per prevenire l‘esplosione del conflitto armato”, curato nel 1997 dalla Campagna Kossovo e mandato a tutti i gruppi parlamentari italiani. Una versione leggermente riveduta è in corso di stampa presso l’editore Angeli di Milano in un volume collettaneo dedicato alla memoria del Prof. Antonio Carbonaro, ex Direttore del Dipartimento di Studi Sociali di Firenze, di cui faccio parte.
