CONTRO LA GUERRA CAMBIA LA VITA ED ORGANIZZA I CORPI CIVILI DI PACE


Alberto L’Abate,

con la collaborazione, per la revisione e messa a punto del testo,
di Maria Carla Biavati, Padre Angelo Cavagna, Anna Luisa Leonardi, Silvano Tartarini

PREMESSA

Riceviamo dagli amici della Fondazione Langer, che cerca di portare avanti le idee di questo Parlamentare Europeo, che ci ha lasciati purtroppo alcuni anni fa, ma che è sicuramente il Parlamentare Italiano che ha lavorato di più, in quella sede, per promuovere le vie della pace e della comprensione interetnica, questo suo scritto del 1991, che ci sembra di estrema attualità e che riprendiamo qui in alcune sue argomentazioni che interessano il progetto della costituzione di un coordinamento di ONG che cercano di dar vita, nel nostro paese, ad un vero e proprio “Corpo Civile di Pace”. Il titolo dell’articolo, pubblicato in “Terra Nuova Forum” di Roma è “Contro la guerra cambia la vita”. Eccone alcune citazioni:
“Contro la guerra, cambia la vita: le guerre scoppiano “a valle”, quando tutta una infausta concatenazione di soprusi, violenze e fallimenti si è già prodotta e sembra diventata irrimediabile; i popoli, la gente comune, sono poi chiamati a pagare il conto finale senza aver potuto intervenire sulle singole voci che lo hanno via via allungato. Ma dinanzi al fallimento della politica e della negoziazione, che sfocia nella guerra, bisognerà pur rafforzare gli “anti-corpi” a disposizione di ogni singola persona per prevenire le guerre e per non lasciarsene, comunque, catturare, una volta che sono scoppiate. Se tutto uno stile di vita (consumi, produzioni, trasporti, energia, banche…) nel quale siamo largamente coinvolti, per potersi perpetuare, ha bisogno di condizioni assai ingiuste che regolano le relazioni tra i popoli e con la natura, bisognerà dunque intervenire “a monte” e mettere in questione la nostra partecipazione (anche individuale) ad un “ordine” economico, politico, sociale, ecologico e culturale che rende necessarie le guerre che lo sostengono. Se il consenso alla guerra (sotto forma di nazionalismi, razzismi, pregiudizi, stereotipi, ecc.) può con tanta facilità diventare maggioritario – non certo soltanto tra “fondamentalisti islamici”..! – si dovrà intervenire anche qui “a monte” ed allargare una solida base ideale e culturale di disposizione alla pace ed alla convivenza, disintossicando cuori e cervelli. Se è considerato scontato che, una volta scoppiata la guerra, non resta che allinearsi ed arruolarsi (materialmente e culturalmente), bisognerà pur che qualcuno lavori per suscitare e consolidare scelte di “obiezione alla guerra”. Sono dunque tante le forme di azione che si possono scegliere per “cambiare la vita di fronte alla guerra”, nel senso di negarle ogni consenso e sostegno e nel senso di farle mancare – ognuno – almeno un pezzettino di apparenti giustificazioni……Ne provo ad indicare quattro, di cui mi sembra ci sia bisogno (potendoli qui appena accennare, naturalmente)
1) sviluppare l’arma dell’informazione e della disarticolazione della compattezza derivante da repressione, disinformazione, censura; perché non “bombardare” con trasmissioni radio e TV, con volantini, con documentazione, piuttosto che con armi? (“Radio Free Europe” o “Radio Vaticana” hanno fatto probabilmente di più per la destabilizzazione dei regimi dell’Est che non le divisioni della NATO). Perché non fornire supporti ed aiuti ai gruppi impegnati nei diversi regimi totalitari per i diritti umani, piuttosto che fornire armi agli Stati che un giorno si spera facciano loro la guerra?
2) costituire e moltiplicare gruppi/alleanze/patti/tavoli inter-etnici, inter-culturali, inter-religiosi, di dialogo e di azione comune, piuttosto che dialogare solo da campo a campo o da blocco a blocco; è l’abbattimento dei muri, o perlomeno lo sforzo di renderli penetrabili (vedi l’esperienza inter-etnica dell'”altro Sudtirolo”!). Oggi uno dei “buchi neri” in questa crisi è l’assenza di forti legami inter-culturali ed inter-etnici tra arabi ed israeliani, tra Europa e mondo arabo, tra Cristianesimo ed Islam; non sono quindi da disprezzare anche modesti strumenti quali i “gemellaggi” tra Comuni, Regioni, associazioni, ecc., che avvicinano concretamente i popoli e rendono più difficile il consenso a “bombardare l’altro” (che si accetta di bombardare tanto più quanto meno lo si conosce);
3) lavorare seriamente per un nuovo diritto internazionale e per un nuovo assetto dell’ONU, basato oggi non solo sugli esiti della seconda guerra mondiale (con le sue “Grandi Potenze”, i loro diritti di veto, ecc.), ma anche su un concetto ed una pratica di “sovranità degli Stati” poco consono al destino comune dell’umanità. La tradizionale distinzione tra “affari interni” che esigono la non-ingerenza degli altri (per cui torture e massacri non riguardano la comunità internazionale, finché non scoppia un contenzioso tra almeno due Stati) ed “internazionali” non regge alla prova delle emergenze ecologiche, né dei diritti umani;
4) chiedere all’ONU di promuovere una sorta di “Fondazione S.Elena” (nome dell’isola in cui alla fine fu esiliato Napoleone, tra gli agi e gli onori, ma reso innocuo), per facilitare ai dittatori ed alle loro sanguinarie corti la possibilità di servirsi di un’uscita di sicurezza prima che ricorrano al bagno di sangue pur di tentare di salvarsi la pelle (Siad Barre, Ceausescu, Marcos, , il re del Marocco, Saddam Hussein… potrebbero o potevano utilmente beneficiarne piuttosto che giocare il tutto per il tutto) ; la questione di amnistie e indulti per chi è abbastanza lontano ed abbastanza vigilato da non poter più fare danni, non dovrebbe essere insolubile”
Ma il fallimento dei tentativi di evitare la guerra del Golfo, la riflessione sulle cause della guerra Jugoslava e sulla sua possibile prevenzione, ed i tentativi di Alex stesso di evitare quella guerra, lo porteranno, alcuni anni dopo, a sostenere una quinta forma di azione, e cioè la creazione di un “Corpo Europeo Civile di Pace”, ben preparato all’azione diretta nonviolenta, ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, che potesse intervenire prima, durante e dopo, lo scoppio dei conflitti armati, per prevenirli, interromperli attraverso forme di interposizione nonviolenta tra gli avversari per riprendere il dialogo e la negoziazione, oppure per lavorare dopo la guerra per la riconciliazione degli ex-nemici. La mozione da lui proposta fu approvata dal Parlamento Europeo il 17 maggio 1995, come Rapporto Bourlange-Martin. Dopo di allora il Parlamento Europeo ha approvato varie altre mozioni per stimolare attività ed interventi per la prevenzione dei conflitti armati, e per richiedere l’organizzazione di tali Corpi. Ma la situazione è tuttora ferma, probabilmente per l’opposizione dei militari che ritengono che si debba prima organizzare l’Esercito Europeo, per poi dar vita ad un Corpo di Pace, ma alle proprie dipendenze. Ma questo dimostra la scarsissima comprensione dell’importanza e delle funzioni di un corpo del genere. Infatti in un convegno su questo tema tenutosi presso la sede del Parlamento francese, alla presenza anche di rappresentanti di quel Ministero della Difesa, è emerso chiaramente come l’intervento militare e quello civile seguono logiche completamente diverse, e che devono essere del tutto autonomi l’uno con all’altro. In caso contrario le possibilità della prevenzione di un conflitto armato, o di trovare valide soluzioni accettabili dalle due parti, da parte dell’intervento civile, rischia di essere molto compromessa, come dimostra anche una analisi di esperienze storiche passate. Per questo riteniamo opportuno fare una breve storia della nascita e delle attività di organismi non istituzionali e istituzionali che hanno lavorato in questa direzione sperando che possa servire a superare i tanti personalismi e le varie chiusure tra le numerose ONG del nostro paese che rendono difficile l’organizzazione di corpi di questo tipo che possano avere risultati reali ed anche un loro riconoscimento istituzionale.

I CORPI CIVILI DI PACE

Il secolo ventesimo è stato uno dei secoli della storia del nostro mondo più tormentati dal fenomeno guerra. Infatti i morti a causa delle guerre sono stati più numerosi di tutti quelli dei secoli precedenti messi insieme. Non può meravigliare perciò che in questo secolo si sia cominciato, più seriamente che nel passato, a pensare su come “eliminare la guerra dalla storia”, ed a cercare i metodi per prevenire e risolvere pacificamente i conflitti armati. Ma questo non significa che anche in passato non ci siano stati pensatori, e movimenti sociali, che abbiano fatto riflessioni importanti, o che abbiano agito, per dar vita ad un mondo più giusto, meno funestato da questo problema. Oltre ai fondatori di molte religioni, che hanno sottolineato la sacralità della vita umana, e l’obbligo morale di non uccidere il nostro prossimo, anche se ci si restringe a prendere in analisi il mondo Occidentale, ci sono stati pensatori come Erasmo da Rotterdam che, nel suo “Elogio della Follia”, mostra la stupidità e l’assurdità del ricorso alla guerra ed alla violenza; o come Kropotkin che, nel suo “Il mutuo appoggio”, attraverso una lettura attenta e precisa dei testi di Darwin, contesta l’interpretazione corrente del darwinismo sociale che la sopravvivenza degli esseri umani sia legata all’uso della forza e della violenza, sostenendo invece che gli esseri umani ed animali che sopravvivono sono quelli che hanno una maggiore capacità di collaborare con gli altri; o come Kant, che, nella sua “Per la pace perpetua” cerca di immaginare ed anticipare un mondo senza guerra, basato sul rispetto reciproco degli esseri viventi, e sull’organizzazione e sul riconoscimeno di un governo mondiale tipo quello che, nei tempi più recenti, si costituirà prima come “Lega delle Nazioni”, e più tardi come “Nazioni Unite”. E vari gruppi sociali, come i Dukobori in Russia, i Quaccheri in Inghilterra e negli USA, hanno seguito l’esempio dei primi cristiani che si rifiutavano di prendere le armi e di combattere per uccidere il loro prossimo, e hanno dato inizio ad un movimento, che presto si estenderà a livello mondiale, di Obiettori di Coscienza all’uso delle armi ed alla coscrizione militare obbligatoria, e hanno sviluppato idee e pratiche di nonviolenza attiva.
Ma è sicuramente in questo secolo che questo modo di pensare e di agire si è trasformato in azione politica nonviolenta, portata avanti anche da popolazioni intere (in India, negli USA, nelle Filippine, nei paesi dell’EST, ecc.) con risultati spesso notevolissimi, di liberazione dal colonialismo, o di superamento di leggi che sancivano forme di discriminazione razziale e di apartheid, oppure di abbattimento di dittature militari e di apertura invece a forme democratiche, ecc.. Ma quella che è diventata la superpotenza mondiale, gli USA, con i suoi vassalli e con l’appoggio dei costruttori e venditori di armi (i mercanti di morte) , sta cercando di reagire al movimento che cerca di mettere la guerra fuori dalla storia (sostituendola con lotte nonviolente di massa molto forti contro le ingiustizie, contro i crimini e gli sfruttamenti, e per la libertà dei cittadini, e con progetti costruttivi per dar vita ad un mondo più giusto) mantenendo in vita il concetto di guerra “giusta”, che invece molti studiosi considerano ormai desueta anche perché l’uso delle armi nucleari e simili mettono in pericolo la sopravvivenza dello stesso pianeta. I nomi trovati in questa affannosa ricerca di giustificazione delle guerre , ma che dimostrano grossi sforzi di immaginazione, sono quelli di “guerra umanitaria”, “libertà perenne”, “guerra preventiva al terrorismo”. Peccato che le serie ricerche per la pace di questi ultimi anni abbiano dimostrato che la cosiddetta “guerra umanitaria” del Kossovo avrebbe potuto essere prevenuta con risultati molto più validi, e che spesso sotto quei nomi altisonanti si nascondono interessi strategici ed economici, per il controllo di aree cosiddette a rischio, o per lo sfruttamento delle fonti energetiche ed il controllo dei corridoi per il loro trasporto.Bush ed i suoi attuali alleati sostengono inoltre che la guerra che stanno preparando contro l’IRAQ, è necessaria per “far rispettare e mantenere le risoluzioni delle Nazioni Unite, con il rischio, in caso contrario, di perdita di prestigio di questo Organismo”. Purtroppo il cosiddetto rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite in funzione della credibilità di questa organizzazione, cozza con il fatto che contro le 12 risoluzioni ONU non rispettate dall’Iraq ce ne sono 30 non rispettate invece da Israele, e che i tentativi di fare rispettare queste ultime hanno sempre incontrato il veto degli USA. Inoltre è anche in contrasto con il fatto che la risoluzione dell’ONU n. 687 richiede che tutto il Medio Oriente, e non solo l‘IRAQ, sia una zona libera da armi di distruzione di massa, mentre, al contrario, Israele continua ad averle, né gli USA muovono un dito nei suoi confronti: Per di più gli USA, se rispettassero veramente le N.U., salderebbero regolarmente i propri debiti questo organismo, mentre questo avviene solo quando questo governo ricatta le Nazioni Unite per ottenere risoluzioni a sé favorevoli, oppure quando trova chi li paga per suo conto, come ha fatto il “padrone” della CNN di tasca propria. Oltre a questo è da aggiungere che la pretesa che la guerra in preparazione contro l’IRAQ , motivata come guerra preventiva contro il “terrorismo”, riesca realmente a sgominare questo fenomeno, cozza con il fatto che tutte le più valide ricerche per la pace hanno dimostrato abbondantemente che questa guerra, invece di distruggere il terrorismo, lo rinfocola e ne estende l’uso, tanto da rendere la vita delle popolazioni dei paesi occidentali, che propugnano questa guerra, sempre più incerta ed insicura a causa delle sue minacce.
In questa ricerca di alternative credibili alla guerra ed alla violenza armata, sta prendendo piede, a livello politico, l’idea di organizzare quello che Gandhi aveva definito un “Esercito di Pace”. E cioè nuclei di persone ben preparate all’intervento nonviolento (prima, durante e dopo un conflitto armato) che lavorino per la prevenzione ed il superamento dei conflitti armati. Il primo esercito di pace, lo Shanti Sena, su ispirazione di Gandhi, fu organizzato dai suoi seguaci più importanti (Vinoba, J.P. Narajan), ed ha lavorato in molte zone dell’India per prevenire, ridurre e, talvolta, superare i conflitti interetnici ed interreligiosi.
L’idea è stata ripresa da molte ONG che lavorano per l’obiezione di coscienza e per la pace che hanno dato vita, in Libano, nel 1960, alla World Peace Brigade, che ha operato in vari paesi del mondo. Uno degli interventi più importanti è stato quello nell’isola di Cipro, nella quale si confrontavano e si combattevano reciprocamente, per il possesso di parti importanti dell’isola stessa, Turchi e Greci. La presenza della W.P.B. è servita a ridurre gli odi reciproci tra i due gruppi, e a mettere insieme persone delle due parti in conflitto per ricostruire case di ambedue i gruppi distrutte durante il conflitto aperto. Il lavoro fatto da questa organizzazione è stato tanto importante che il comandante dei Caschi Blu delle Nazioni Unite (erano presenti nella zona per pacificare l’area) si rese conto che l’intervento non armato e nonviolento della WPB era più valido di quello dei Corpi da lui guidati, perché il fatto di essere non armati li rendeva più vicini alle due popolazioni e permetteva loro di mediare e di superare più facilmente i loro conflitti. Il comandante si chiamava Harbottle ed è l’autore del primo manuale delle Nazioni Unite per il “Peace Keeping”. Dal confronto tra i due tipi di interventi, quello armato e quello nonviolento, si convinse che quest’ultimo era più efficace di quello armato (come ha raccontato lui stesso in un convegno delle Peace.Brigades International – PBI – in Inghilterra), e questa convinzione lo porterà a diventare un importante consulente delle P.B.I, che avevano preso il posto della W.P.B., ed anche a dar anche vita, in Inghilterra, ad un noto Centro Studi per la Risoluzione Nonviolenta dei Conflitti.
Le P.B.I., nate nel 1981, hanno operato ed operano tuttora in vari paesi del mondo, ma soprattutto nell’America Latina, e si sono caratterizzate per l’uso, giorno e notte, dell’accompagnamento nonviolento di persone che operano, nel proprio paese, per il rispetto dei diritti umani e per la trasformazione nonviolenta della propria società; persone che sono, quindi, per questa loro attività, sotto la continua minaccia degli squadroni della morte. Il lavoro dei volontari delle P.B.I. in questi paesi è collegato ed appoggiato da gruppi di supporto, in molti paesi del mondo, che, quando apprendono che queste minacce sono state espresse rischiando di trasformarsi in omicidi, mandano fax, telegrammi, o E-mail al Capo del Governo o al Ministro della Difesa di quel paese perché si mobilitino per evitare che quel particolare crimine venga commesso. Inoltre fanno comunicati stampa, manifestazioni, e appelli al proprio governo perché prema verso l’altro per il rispetto della vita e dei diritti umani delle persone minacciate. Per paura che l’effettuazione di quel crimine, ormai sotto gli occhi della comunità internazionale, incrini l’immagine del loro governo ed allontani eventuali appoggi economici e politici da parte di altre nazioni, le autorità del paese in oggetto si sono date effettivamente da fare per bloccare l’iniziativa degli squadroni della morte. Perciò questo tipo di azione ha evitato che vari crimini venissero commessi, e vari attivisti nonviolenti di questi paesi si sono salvati grazie alle attività di questa organizzazione.(per esempio anche il premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchu).
Un momento rilevante per la presa di coscienza dell’importanza di un lavoro per la prevenzione dei conflitti armati fatto da ONG si è avuto in occasione della guerra del Golfo, nel 1990/91. I “Volontari di Pace in Medio Oriente”, formati da membri di varie ONG italiane, intervennero infatti prima della guerra e riuscirono ad aprire a Baghdad, nell’ “Isola delle Spose”, un “Campo per la Pace” Questa isola era abbastanza vicina al centro della città, ed in prossimità di molte Ambasciate, tra cui quella italiana. Vi era stato costruito un villaggio turistico (con casette prefabbricate bene attrezzate, e strutture di servizio, – ristorante, sale di riunione, negozi, ecc.) in occasione di un congresso mondiale per la pace che avrebbe dovuto tenersi a Baghdad per risolvere la crisi iraniana. Il congresso non si tenne e scoppiò invece la guerra, ma le posate ed i piatti e tutte le attrezzature riportavano ancora i segni ed i simboli dell’idea originale. Non essendo stato utilizzato per lo scopo per cui era nato, il villaggio divenne il luogo tradizionale in cui venivano ospitate le coppie di aree esterne alla città che venivano in viaggio di nozze nella capitale, da lì il soprannome datogli.
Dal momento dell’apertura del “Campo per la Pace” questo divenne il luogo in cui venivano ospitate le delegazioni di tutte le parti del mondo che venivano per cercare di evitare la guerra e trovare forme di mediazione al conflitto armato che si preannunciava. Questo ha permesso a tutte queste organizzazioni di conoscersi, di rendersi conto che avevano quasi tutte gli stessi scopi e spesso anche la stesse radici nonviolente, ed a cominciare a lavorare insieme tanto da poter dar vita ad un secondo “Campo per la pace”, di interposizione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita, proprio nell’area in cui più tardi avverrà lo sfondamento in Iraq delle truppe alleate. L’iniziativa dell’apertura di questo secondo campo era stata presa dal “Gulf Peace Team”, una organizzazione di cui facevano parte anche le PBI ed altre associazioni (come l’IFOR .- International Felloshisp of Reconciliation, o come la W.R.I – War Resisters International) che erano rappresentate, come sezioni italiane (MIR e MN), anche tra i Volontari di Pace italiani, molti dei quali facevano parte anche di altre associazioni pacifiste tra cui la LDU – Lega per il Disarmo Unilaterale-, che aveva promosso.l’iniziativa. I Volontari di Pace in Medio Oriente hanno partecipato anche all’esperienza del secondo campo ai confini. In quest’ultimo, durante la cerimonia della fine dell’anno, davanti alle Telecamere di moltissimi paesi del mondo (ma non quelle italiane che sembra avessero avuto ordine di non occuparsi dei “pacifisti”) fu firmata dai presenti e presentata anche alla stampa la piattaforma di mediazione elaborata dai Volontari di Pace, che aveva trovato un notevole interesse anche da parte delle autorità irachene. Questa prevedeva il ritiro unilaterale delle truppe irachene dal Kuwait, per essere però sostituite, come aveva proposto anche il Governo Svedese, da “Caschi Blu” delle Nazioni Unite formati però da truppe di paesi neutrali, non ancora presenti nell’area, come appunto la Svezia, la Norvegia ed altri, e da un corpo di pace nonarmato, denominato “Caschi Bianchi”, formato da membri delle moltissime ONG presenti nell’area, che facevano parte dell’ECOSOC, organismo di consulenza delle Nazioni Unite stesse. Ambedue questi Corpi avrebbero dovuto restare in Kuwait per aiutare la popolazione di quel paese ad organizzarsi democraticamente per decidere sul proprio destino, fino all’organizzazione, se possibile nello stesso Kuwait, di una conferenza delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto cercare delle soluzioni valide per tutto il Medio Oriente. La proposta è stata inviata anche alle Nazioni Unite, sia al Segretario Generale che al suo collaboratore Picco, con cui eravamo in contatto tramite amici comuni. Ma il Consiglio di Sicurezza ristretto dell’ONU (formato da USA, Inghilterra, Francia, Russia, Cina, paesi che in un documento dell’Unicef risultano aver venduto negli anni precedenti alla guerra del Golfo l’85,6 % di tutte le grandi armi del mondo) impedì al Segretario Generale di svolgere un vero e proprio ruolo di mediazione, come sarebbe stato suo compito (sia Boutrous Gali che Picco si lamenteranno di questo in varie interviste successive, e questa è la ragione principale che ha impedito a Gali di avere rinnovato il suo mandato), e li ha mandati a Baghdad solo per ripetere la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che richiedeva esclusivamente il ritiro delle truppe irachene senza dare alcuna indicazione per soluzioni in positivo. Da lì il rifiuto degli iracheni e la guerra successiva.
Ma questo lavoro ha fatto prendere coscienza alle tante ONG intervenute in zona sul fatto che: 1) la guerra avrebbe forse potuto essere evitata se le stesse ONG avessero lavorato in modo più coordinato, prima che questa scoppiasse, formando dei veri e propri corpi di pace internazionali, ed acquisendo uno status riconosciuto che potesse dar loro maggiore forza nei riguardi dei rispettivi governi e delle Organizzazioni Governative Internazionali; 2) che era perciò importante dar vita a coordinamenti nazionali ed internazionali per la costituzione di un vero e proprio “esercito di pace” che venisse riconosciuto anche dalle Nazioni Unite, che potesse intervenire, con la nonviolenza, prima, durante, e dopo il conflitto armato. E questo è stato uno stimolo notevole per le iniziative successive delle ONG.
Molte organizzazioni non governative, in vari paesi del mondo, anche prima di quel periodo, ma con maggiore intensità dopo, hanno lavorato in questo campo, organizzando, ad esempio, marce nonviolente nelle zone di conflitto che sono spesso riuscite ad interrompere i combattimenti per i giorni della marcia, ed a mostrare che si può intervenire, anche senza armi, ed in modo positivo, nei conflitti armati. Si pensi, nella guerra Jugoslava, alla prima marcia su Sarajevo, nel 1992, organizzata dai “Beati i Costruttori di Pace”, cui hanno partecipato circa 500 persone, od a quelle successive come Mir Sada, con circa 2000 persone e con l’adesione di moltissime ONG italiane (comprese le ACLI e l’ARCI, e l’Associazione per la Pace), che arriverà invece a Mostar, che hanno avuto un significato simbolico importante di come si possa operare per la pace in modo nonviolento, od a quelle ssuccessive in Africa. E al grande lavoro di diplomazia dal basso, portata avanti in vari paesi del mondo, da organizzazioni diverse come la Comunità di Sant’Egidio, l’Operazione Colomba dell’Associazione Giovanni XXIII, o dagli stessi Beati su citati, che hanno portato in alcuni casi anche alla risoluzione di conflitti piuttosto gravi. E nel campo della diplomazia dal basso anche all’attivazione, in zone calde del mondo (Kossovo, Israele-Palestina, ecc.) di vere e proprie Ambasciate di Pace per studiare a fondo i problemi di quello specifico conflitto, e vedere le possibilità di prevenirne l’esplosione trovando anche forme di mediazione. Si veda, su questo, tra l’altro, il lavoro della Campagna Kossovo (un coordinamento di molte ONG italiane con cui hanno collaborato vari comuni e qualche Regione Italiana) in quel territorio, o dei Berretti Bianchi- che nasceranno dal vecchio nucleo dei “Volontari di Pace in Medio Oriente, che lavoreranno dopo la guerra a Belgrado, in Serbia, e poi in Palestina. Iniziative estremamente importanti, in questo campo, in vari paesi del mondo (Israele-Palestina, Jugoslavia, Afganistan, ecc.) sono state portate avanti anche dalle donne, soprattutto quelle organizzate come “Donne in Nero”, che hanno sviluppato forme spesso originali di intervento e di dialogo tra donne di gruppi, etnie, e paesi in conflitto tra di loro, per superare le cause dei malintesi e dei pregiudizi reciproci e per lavorare insieme per la pace, attraverso l’azione diretta nonviolenta e la ricerca di soluzioni creative e costruttive.
Nel 1999, all’AIA in Olanda, ad un grande congresso per la pace nel mondo (oltre 9000 partecipanti), è stato elaborato un documento per la costituzione di una “Forza Nonviolenta di Pace” (Nonviolent Peace Force) cui hanno aderito 7 premi Nobel per la Pace, ed oltre 200 Organizzazioni Non Governative di tutto il mondo, molte delle quali avevano già esperienza di questo tipo di attività, come appunto le PBI. Nel novembre 2002 si sono ritrovate a Delhi, per la costituzione ufficiale di queste Forze e per scegliere il primo intervento comune che è stato deciso di realizzare, nei prossimi mesi, nello Sri Lanka. Ed in molti paesi del mondo le ONG che intervengono nonviolentemente in situazioni che preannunciano un conflitto armato, per cercare di evitarlo, portando avanti iniziative di diplomazia popolare, e lavorando al livello della mediazione dei conflitti, sono notevolmente aumentate e stanno cercando di dare vita a dei coordinamenti per rendere più efficace la propria azione, e superare limiti di improvvisazione e di scarsa preparazione qualche volta presenti . La creazione di questi coordinamenti è avvenuta e/o sta avvenendo in Germania, in Francia, in Inghilterra, e, con una certa difficoltà, anche in Italia. Tuttavia alcune ONG italiane hanno aderito alle NPF, preso parte al congresso fondativo di Delhi, dove un italiano è stato eletto come co-rappresentante delle European Nonviolent Peace Forces
Ma mentre sono in grosso fervore queste iniziative di Organizzazioni Non Governative, Organismi Governativi, come le Nazioni .Unite, si stanno muovendo, anche su sollecitazione di queste stesse ONG che, con il loro lavoro, non intendono sostituire i Governi e le Organizzazioni.Internazionali.Governative, ma stimolarli ad una maggiore comprensione dell’importanza della prevenzione dei conflitti armati, e dell’uso della nonviolenza per evitarli e risolverli pacificamente. Così nell’Agenda per la Pace dell’ex Segretario delle Nazioni Unite, Boutrous Gali, si parla dell’importanza di attrezzare le Nazioni Unite per dar vita ad interventi civili di questo tipo. Ed anche il suo successore, Kofi Annan, ha scritto ripetutamente sulla necessità di prevenire le guerre, anche grazie ad organismi civili di questo tipo, ed ha chiesto alla società civile dei vari paesi del mondo di organizzarsi e premere dal basso verso i loro stati, che compongono le Nazioni Unite, perché superino l’attuale concezione che le guerre si risolvono con le armi e con le forze armate, e diano più importanza al lavoro civile ed alla prevenzione degli stessi conflitti. Il Parlamento Europeo, come abbiamo visto, già nel 1995 ha approvato una mozione, poi ripetuta ed approfondita in varie occasioni, perché si creasse, a livello della Comunità Europea, un “Corpo Civile di Pace”, di persone ben preparate all’azione nonviolenta, prima, durante e dopo l’esplodere dei conflitti armati, per evitarli e superarli pacificamente. E l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea), nel suo congresso di Istambul, nel 1999, ha deciso di dar vita a gruppi di intervento rapido (REACT- Rapid Expert Assistance and Cooperation Team) formati da esperti civili di risoluzione nonviolenta dei conflitti che vadano nelle zone calde per prevenire l’esplosione del conflitto, per gestire pacificamente la crisi, o per mettere in atto attività per la riconciliazione dopo il conflitto.
Ed alcuni paesi, tra cui l’Italia, hanno approvato leggi che legalizzano i cosiddetti “Caschi Bianchi” (per distinguerli dai “Caschi Blu” armati) riconoscendoli come sostitutivi di un eventuale servizio militare obbligatorio, e permettono, con l’aiuto dello stato, alle persone che ne fanno parte di fare interventi nonviolenti in aree di conflitto anche all’estero.
Purtroppo queste iniziative istituzionali, sia a livello internazionale che nazionale, trovano ostacoli in quella violenza culturale che fa si, a livello dei governi, e di molte persone, che si continui a credere che la “guerra”, e l’uso delle armi, siano il modo naturale di risolvere i conflitti, e che la loro soluzione con mezzi pacifici e nonviolenti sia solo una utopia. Questa credenza è rinforzata, e stimolata, dai grandi guadagni che le nazioni più potenti e più ricche del mondo traggono dalla costruzione e dalla vendita di armi nel mondo.
Per questo, affinché i Corpi Civili di Pace, o le N.P.F., possano svilupparsi nella loro pienezza e mostrare la propria validità andando oltre gli interventi, spesso solo simbolici, fatti finora, è necessaria una forte rivoluzione culturale e sociale, che si sviluppi a livello mondiale, e che faccia capire, non solo ai governanti ma anche alla gente comune, la stupidità e l’assurdità del ricorso alla guerra ed alla violenza armata, come sosteneva Erasmo da Rotterdam, e dia uno spazio reale alla prevenzione, alla mediazione, ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, e sviluppi la cultura della trasformazione dei conflitti, a tutti i livelli, da quello micro a quello macro, in occasioni di confronto e di dialogo, e non di scontro o di violenza armata.
A livello del nostro paese è indispensabile che le varie organizzazioni che hanno lavorato e lavorano in questo campo, spesso anche con iniziative di avanguardia rispetto al quadro internazionale come alcune su accennate, superino il proprio particolarismo ed il proprio isolamento e decidano di dar vita, insieme, in forme da studiare congiuntamente, e mettendo in comune le proprie reciproche competenze ed esperienze, ad un “Corpo Civile di Pace” che possa fare interventi più efficaci di quelli svolti finora, e possa anche richiedere quei riconoscimenti istituzionali che un lavoro di questa importanza richiede.
Questo salto di qualità è richiesto anche dalle popolazioni dei vari paesi in cui sono intervenuti ed intervengono i volontari italiani. Queste sostengono infatti che la semplice presenza in loco di volontari come “osservatori”, tende a ridurre la violenza da parte dei militari, della polizia, o dei gruppi terroristici, e chiedono perciò che questa presenza venga incrementata. Ed in una recente relazione di un gruppo di esperti che ha visitato l’Iraq e svolto ricerche approfondite (tra questi la moglie dell’ ex Primo Ministro della Grecia Papandreou, l’ex coordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite in Iraq, D. Halliday, e vari dirigenti di centri di ricerca per la pace e di sindacati europei) si dice che la presenza in Iraq di 5000 volontari, come protettori civili (alcuni dei quali stanno già arrivando) che stiano presso attrezzature civili come gli impianti di elettricità, di acqua potabile, o di telecomunicazione, potrebbe ridurre sensibilmente il rischio che queste vengano bombardate. Ma D. Halliday, intervistato da me nel suo recente viaggio in Italia, ha molti dubbi sul fatto che Bush e Blair si lascerebbero fermare dagli scudi umani, e ritiene che bombarderebbero queste strutture lo stesso. Una opinione un po’ diversa è quella di J. Galtung, uno dei più noti ricercatori per la pace del mondo, che, nella lezione introduttiva dell’anno accademico del Corso di Laurea in “Operatori per la Pace” dell’Università di Firenze ha parlato dell’importanza di una resistenza di questo tipo, portando però il numero di persone necessarie a fermare la guerra in Iraq a 100.000, e sostenendo che, da informazioni avute, la presenza di queste persone – specie se molte di loro, come sta già avvenendo, sono familiari delle vittime delle torri di New York- è visto dai dirigenti militari degli Stati Uniti come un grosso ostacolo a portare avanti il loro piano di guerra. Ma iniziative di questo tipo richiedono un salto di qualità notevolissimo da parte non solo del movimento pacifista nel suo complesso, che nelle manifestazioni del 15 Febbraio ha comunque dimostrato una capacità organizzativa notevole, e di aver fatto un grosso passo avanti verso un processo di “globalizzazione della pace” (oltre 100 milioni di persone, in 72 stati e 250 città del mondo, che manifestano nello stesso giorno e per lo stesso obiettivo è un risultato straordinario mai raggiunto in precedenza) ma soprattutto di quelli che Pontara definisce “pacifisti specifici” che stentano ancora a coordinarsi tra di loro e che non sono in grado attualmente, con la loro lentezza a dar vita a dei Corpi Civili di Pace validi, di avere la forza e la capacità di organizzare una resistenza tipo quella ipotizzata da Galtung. Questo fa si che i sostenitori della pace, anche se stanno aumentando, rischiano di essere inefficaci e di essere sempre sopraffatti da quelli che ritengono che non ci siano alternative all’intervento armato. Una valida resistenza alla guerra, che non duri un solo giorno, richiede una organizzazione ed un coordinamento migliore di quello attuale, e la costituzione di quei “Corpi Civili di Pace” qui preconizzati che riescano anche, se possibile, ad ottenere un riconoscimento istituzionale, ad esempio, dalle Nazioni Unite, dalla Comunità Europea o da qualcuno dei governi in carica, e che siano capaci di mobilitare numeri anche elevati di persone ben preparate alla lotta nonviolenta, disposte, se necessario, a rischiare la propria vita. Riusciremo a portare avanti una impresa come questa, ed a mettere la guerra fuori della storia? La speranza degli estensori di queste note è quella che, se molti gruppi, organizzazioni, e persone singole si impegnano seriamente, e con costanza, forse si riesca a fare qualche passo avanti importante e concreto in questa direzione.

Bibliografia essenziale

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