Dopo la guerra jugoslava: corpi di pace nonviolenti per la riconciliazione nel Kossovo*

di Alberto L’Abate

La guerra nei Balcani ha distrutto non tanto le forze militari serbe (secondo il ministro della difesa tedesco, in una dichiarazione del 14 giugno “il danno loro inflitto dai bombardamenti della Nato è stato minimo”, e secondo il Times di Londra la Nato ha distrutto solo 13 dei circa 300 carri armati dell’Esercito Jugoslavo) ma la società civile serba, albanese, ed anche quella dei paesi occidentali.
La distruzione non è stata solo materiale (migliaia di civili uccisi, inquinamenti irreversibili che provocheranno danni e morti anche alle generazioni future, quasi un milione di deportati e profughi – prima albanesi del Kossovo, ora che questi sono in gran parte ritornati al loro paese, Serbi e Rom che scappano da questa regione -, strade, ponti, acquedotti ed impianti per la produzione elettrica, industrie e abitazioni private distrutte o bruciate, ecc. ecc.) ma anche psicologica. Il cittadino comune, non solo di quei paesi distrutti dalla guerra ma anche del mondo occidentale, si è visto trasformato in una pedina che subisce, ed alla fine spesso accetta – probabilmente anche a causa dell’uso strumentale dei mezzi di comunicazione di massa e della propaganda di tutte e due le parti – una guerra che doveva durare pochi giorni e che è invece durata oltre tre mesi, e che non ha raggiunto gli obbiettivi fondamentali per i quali si è detto averla iniziata, e cioè la protezione della società civile kossovara, la cui pulizia etnica e la cui persecuzione è aumentata invece proprio dopo l’inizio della guerra. Una guerra assurda, da tutte e due le parti, che ha visto superare il conflitto armato con accordi che, se si fossero realmente voluti e ricercati, avrebbero potuto essere raggiunti anche prima, senza scatenarla (1). E’ vero che dopo la guerra la popolazione fuggita è potuta tornare alle loro case ma le hanno trovate in gran parte distrutte e saccheggiate, e sono ancora impegnati a ricostruirle. Ma c’è ora la fuga degli altri, di quelli che hanno partecipato alle persecuzioni ed alle razzie, ma anche di coloro che, semplicemente perché parte dell’altro gruppo etnico, sono considerati dei ladri o dei criminali.
Il singolo cittadino, e la società civile in genere, esce da questa guerra più “alienato” di quanto fosse già prima, con un gran senso di impotenza, e cioè con la sensazione che a decidere le guerre sono poteri più grandi di lui (economici, politici, strategici, ecc.), e che la vera vittima della guerra è la stessa società civile, e la convivenza interetnica in tutti i paesi del mondo. La guerra ha infatti spezzato gli ultimi fili del dialogo e polarizzato i due gruppi nazionali, da una parte sulle posizioni di Milosevic e degli ultra-nazionalisti serbi, e dall’altra su quelle dello UCK (l’esercito di liberazione del Kossovo). E questo rende difficile ipotizzare un futuro di dialogo e di coesistenza. La guerra non è certo il modo migliore per far convivere due popoli. Essa è al più la premessa di una spartizione dei territori su base etnica, come è successo in Bosnia, e come sta accadendo anchenel Kossovo, nella zona nord. Segno di questa è la situazione di Mitrovica, divisa in due con una zona al nord del fiume (che include anche i ricchi giacimenti minerari di Trepca) che i serbi danno già per acquisita alla Serbia (loro militari, in civile, sono già entrati nella zona e con i paramilitari, che non sono mai andati vita, stanno espellendo dall’area tutti gli albanesi). Ma l’operazione inversa sta avvenendo invece nella zona sud del Kossovo dalla quale invece frangie dell’UCK stanno espellendo la popolazione serba ed i Rom. E’ certo che le premesse per una convivenza pacifica tra le due etnie sono state estremamente ridotte dalla guerra che ha incrementato notevolmente gli odi reciproci, e che sarà necessario un grossissimo lavoro di riflessione critica sul passato, di riapertura del dialogo, e di ricerca di forme di riconciliazione tra i due gruppi etnici perché si possa pensare nuovamente ad una convivenza pacifica nello stesso territorio, soprattutto quando si porrà il problema (quando ?) dell’uscita delle truppe internazionali dal territorio. Una convivenza garantita dalla presenza di truppe esterne sarebbe infatti estremamente falsa e destinata a durare molto poco. Il dialogo può riprendere solo a condizione che ci sia un reale processo di democratizzazione di tutta l’area, e che si proceda, attraverso un valido piano di sviluppo economico, sociale e politico dell’area, al superamento dei singoli stati ed alla creazione di una entità balcanica come sub-area di una Europa Unita. In una entità del genere, se portata avanti non come imposizione dall’esterno ma come maturazione interna delle varie nazionalità dell’area, lo statuto finale del Kossovo assumerebbe una importanza relativa. Potrebbe essere una autonomia internazionalmente concordata e protetta, oppure una indipendenza alla pari con le altre entità statuali cui si leghi con rapporti confederali, ma l’elemento fondamentale è quello che di questa entità facciano parte non solo la Serbia, il Montenegro ed il Kossovo, ma anche l’Albania, la Macedonia, e forse anche la Bosnia ed altri paesi vicini. Il processo di parcellizzazione della ex-Jugoslavia deve perciò finire per dare avvio ad un processo opposto di riaggregazione, indispensabile non solo a livello politico, ma soprattutto a quello economico. L’economia e lo sviluppo economico trovano nelle frammentazioni statuali una limitazione ed uno ostacolo, mentre sono aiutate da un processo inverso di limitazione dei confini. Ma tutto questo presuppone che l’Europa si affretti a diventare un soggetto politico esso stesso, e non si limiti ad una corsa per la spartizione del mercato di quest’area, come avvenuto finora, in concorrenza l’uno con l’altro.
La guerra, oltre a destabilizzare tutti i Balcani (la guerra ha infatti aggravato la situazione dei rapporti tra Serbia e Montenegro, ed ha anche posto gravi problemi ai rapporti tra macedoni e albanesi in Macedonia, con il rischio, in tutte e due le zone, di esplosione di un conflitto armato), è servita a mandare a fondo la moneta europea nei confronti del dollaro. Solo una Unione Europea politica può superare l’attuale unipolarismo statunitense che rischia di essere, per la pace, ancora peggiore del vecchio bipolarismo Est/Ovest ormai ampiamente affossato.
Nel lavoro di ricostruzione della convivenza la teoria e la pratica della nonviolenza possono essere molto utili. In questo possono aiutare, da una parte, la concezione nonviolenta del superamento delle forme statuali chiuse e la ricerca di forme il più possibile aperte (2). Dall’altra parte, la conoscenza, meglio di altri, da parte delle persone che fanno parte di questi gruppi dell’importanza e delle tecniche di educazione alla pace, alla convivenza tra i popoli, ed al superamento dei pregiudizi interetnici, che possono perciòlavorare per diffondere queste competenze tra le varie popolazioni della zona per aiutarle a ristabilire un dialogo reciproco ed a trovare forme di riconciliazione. Queste competenze esistono già nella zona: si pensi alle lotte nonviolente portate avanti dalla popolazione albanese del Kossovo per tanti anni (3), od a quelle organizzate dall’opposizione serba contro la falsificazione dei dati elettorali da parte del governo serbo (4), ed al bellissimo movimento della riconciliazione nel Kossovo che ha visto nel 1990, in pochi mesi, riconciliare oltre 1250 famiglie legate tra loro da un patto di vendetta, superato grazie alla rivalorizzazione del principio del perdono e della riconciliazione che facevano parte dello stesso codice (5). La maggior parte di queste riconciliazioni sono avvenute tra appartenenti della etnia albanese, ma un certo numero, quasi un centinaio, anche con membri di altre etnie (serbi, macedoni, montenegrini). Ma la guerra ha affievolito il ricordo di queste competenze ed ha messo in primo piano l’esercizio delle armi, ed ha aumentato gli odi ed i pregiudizi reciproci. Per questo è importante che nella zona non vadano solo forze armate delle Nazioni Unite, ma anche persone esperte in mediazione dei conflitti e nella pratica della nonviolenza, come, per esempio, i Corpi Europei Civili di Pace, che Alex Langer aveva promosso e che una raccomandazione del Parlamento Europeo, del febbraio 1999, suggerisce di organizzare (6). Tali corpi, in attesa della loro costituzione ufficiale, possono essere anticipati da persone facenti parte delle organizzazioni che hanno lavorato in questi anni in questa area con questi stessi fini (come, ad esempio, la Campagna per una Soluzione Nonviolenta nel Kossovo, ora ridefinita come Campagna Kossovo per la Nonviolenza e la Riconciliazione, oppure i Beati i Costruttori di Pace, o i membri dell’Operazione Colomba dell’Associazione Giovanni XXIII) e possono portare avanti da subito un lavoro di questo tipo che serva come rinforzo alle capacità locali ora emarginate per farle ritornare in primo piano, aiutandole anche a riorganizzarsi e potenziarsi collegandosi a rete non solo all’interno dello stesso gruppo etnico ma tra gruppi diversi (ad esempio tra gruppi nonviolenti serbi, albanesi, macedoni, montenegrini, ecc.). Questo può permettere a queste organizzazioni del luogo, una volta che abbiano ripreso le loro attività, e le abbiano viste anche potenziate grazie a questo apporto esterno, e si siano collegate a rete, di lavorare sugli interessi comuni per la rinascita di queste zone, e per un processo di riconciliazione che non dimentichi le ingiustizie ed i crimini commessi in passato, ma cerchi di superarli nello stesso modo in cui è stato portato avanti il processo di riconciliazione, attraverso commissioni apposite, in Sud Africa, dopo la fine dell’apartheid (7).
Per portare avanti un lavoro di questo tipo può essere utile il progetto della costituzione di ambasciate di pace a Belgrado ed a Pristina messo a punto, congiuntamente, dalla Campagna Kossovo, e dalla Associazione “Berretti Bianchi” (8). L’idea della costituzione di Ambasciate di Pace in zone a rischio era stata lanciata da alcuni pacifisti jugoslavi dopo una delle varie iniziative in cui una carovana di pacifisti occidentali era stata a visitare i vari paesi dell’area per appoggiare le forze che in quella zona si opponevano alla guerra e cercavano forme nuove, basate sul consenso e sul rispetto reciproco, per la convivenza tra i diversi popoli che componevano quel paese. Dopo una di queste marce apparve, su “Peace News” una lettera firmata da alcuni pacifisti dei vari paesi che componevano l’ex-Jugoslavia. In questa si diceva, in modo molto dolce, ma deciso, qualche cosa di simile: “Apprezziamo la vostra buona volontà di appoggiare i nostri movimenti pacifisti ma crediamo che dovreste studiare forme nuove di intervento. Voi venite di solito da noi per una settimana o due. Durante questo periodo siamo lieti di collaborare con voi e ci mettiamo in luce come vostri amici. Ma quando ripartite noi restiamo qui, ed il fatto di essere vostri amici ci mette molte volte in difficoltà e ci espone alle angherie dei governi e della gente che è favorevole alla guerra. Dovreste perciò studiare la possibilità, invece di venire in tanti per pochi giorni, di venire anche in un piccolo gruppo restando a vivere qui da noi a lungo in modo da poter comprendere meglio le condizioni in cui viviamo, e di darci una mano, alla pari, con consigli, sostegni materiali, o in altri modi da concordare insieme, per raggiungere i nostri comuni obbiettivi di pace e di convivenza tra i popoli”. Da questa lettera e dall’esperienza acquisita con il Campo della Pace realizzato nel 1990 a Bagdad, unitamente a ulteriori riflessioni all’interno di quell’area che aveva dato vita all’iniziativa irakena ed alla Campagna per una Soluzione Nonviolenta nel Kossovo, nacque la prima idea dell’apertura di quella che è stata chiamata l’Ambasciata di Pace di Pristina. Questa si richiama anche alle esperienze di questo tipo fatte da comunità quacchere in vari paesi in conflitto o dove il conflitto stava per iniziare, esperienze che hanno portato queste comunità ad essere tra le più attive, ed anche esperte, nella mediazione dei conflitti armati. La richiesta di un appoggio a lungo termine si è ripetuta da parte della popolazione albanese del Kossovo che stava lottando con la non-violenza perché gli venissero restituite le prerogative statuali dell’autonomia di cui godeva questa provincia-stato sulla base della Costituzione del 1974, e che gli sono state tolte, nel 1989, con la violenza (la sede dell’assemblea al momento del voto era circondata da carri armati) e con la frode (9). Essa si lamentava che i governi occidentali capissero solo il linguaggio delle armi e non quello della non-violenza, e chiedeva aiuto per superare questo stato di cose e per essere aiutata nella sua lotta nonviolenta per far comprendere le sue ragioni al mondo occidentale che sentiva sordo ai suoi problemi. Per questo nel 1993 si è costituita la “Campagna per una Soluzione Nonviolenta nel Kossovo”, che raggruppava e raggruppa varie ONG italiane impegnate nella nonviolenza attiva. E nel 1995 fu deciso, da parte di questa, di aprire una Ambasciata di Pace a Pristina, resa possibile da un finanziamento della Campagna Italiana, e poi anche di quella Internazionale, per l’Obiezione di Coscienza alle Spese Militari (OSM). L’Ambasciata è restata aperta fino al 1997, con visite successive fino ad oggi. Ha lavorato per riaprire la comunicazione tra serbi ed albanesi della Serbia e del Kossovo, in particolare tra gruppi di base delle due parti; per appoggiare le poche organizzazioni del Kossovo non soggette alla pulizia etnica perciò miste, da noi definite “focolai di pace” (tra questi in particolare le associazioni handicappati); per far conoscere, con visite studio, mozioni, mostre fotografiche, video, convegni, libri, articoli, conferenze, i problemi di quest’area al pubblico più vasto del nostro paese ed alla nostra classe politica; per studiare a fondo, ascoltando le ragioni delle due parti, le possibili soluzioni nonviolente al conflitto, sia elaborate da noi stessi che da altre organizzazioni non governative attive in questa area, e presentarle in incontri appositi per la mediazione del conflitto cui erano presenti le due parti, (Vienna, Ulqin), al nostro ministero, ed al Parlamento Europeo, od organizzando essa stessa, con la collaborazione di altre ONG impegnate in questo lavoro, degli appositi incontri di studio e di confronto tra le parti (Bolzano, Lecce).
Secondo alcuni critici l’esperienza dell’Ambasciata di Pace a Pristina sarebbe fallita perché non è riuscita ad evitare la guerra in atto. In realtà chi fa questo rilievo non tiene conto di vari aspetti:
• i grossi interessi economici e strategici coinvolti tuttora nella guerra che portano gli stati più potenti ad investire nella produzione e nel traffico di armi quantità di risorse ingentissime, che sperano di riavere o attraverso la vendita di armi “nuove”, o nella ricostruzione del paese distrutto, o nell’influenza politico-strategica in una zona importante del mondo.
• l’immenso squilibrio tra le spese investite per fare la guerra e quelle invece dedicate alla prevenzione dei conflitti armati. Basti dire, a mò di esempio, che le spese affrontate per le attività della nostra organizzazione e di tutte le altre che hanno lavorato per la prevenzione del conflitto armato nel Kossovo rappresentano, in totale, all’incirca solo il costo di pochi minuti di guerra (al massimo cinque), che, in termini percentuali, corrispondono solo allo 0,006%, ovvero 6 lire su 100.000 di quanto è stato speso in soli 60 giorni di bombardamenti (dei circa 75 in cui è durata la guerra). E questo senza tenere conto di tutte le spese che vengono e verranno investite per l’assistenza ai profughi causati da questa guerra e dei costi per la ricostruzione di ciò che la guerra ha distrutto (ma molte vite umane non saranno “ricostruibili”). Se alla prevenzione si fossero dedicate più risorse, economiche ed umane, sicuramente i risultati avrebbero potuto essere molto diversi .
• che quanto ha costruito l’Ambasciata non va visto soltanto dai risultati a breve raggio, ma anche nei suoi effetti a lungo andare, soprattutto al momento in cui, come attualmente, è necessario lavorare per la riconciliazione dei popoli che la guerra ha allontanato ulteriormente, affinché possano continuare a convivere su uno stesso territorio, cercando forme nuove di organizzazione, possibilmente a livello confederale, come sotto-area dell’Europa stessa.
• che, nella prospettiva dell’evoluzione storica, l’esperienza dell’Ambasciata di Pace segna un passo ulteriore nella direzione del rafforzamento dell’incontro tra i popoli, e della loro comunicazione reciproca, grazie allo sviluppo di forme di diplomazia popolare che rispondono anche alla necessità di superare sia gli Stati-Nazione, sia l’attuale assetto delle organizzazioni sovra-nazionali le quali, per la loro stretta dipendenza dagli Stati più potenti, sono in gran crisi e sull’orlo della dissoluzione. Invece lo sviluppo, dal basso, di forme di diplomazia popolare, tra cui si inserisce, a buon diritto, l’esperienza delle Ambasciate di Pace, può aiutare la costruzione di una pace mondiale che non sia soltanto “assenza di guerra”, ma anche trasformazione delle relazioni tra i popoli, e fondi la risoluzione delle controversie sulla prevenzione del conflitto armato mediante la ricerca di soluzioni giuste ma pacifiche, piuttosto che sugli equilibri e le alchimie politico-militari.
Gli amici albanesi del Kossovo che hanno partecipato al movimento per la riconciliazione sperano (e noi speriamo con loro) che sia possibile far rinascere tra la popolazione albanese questa esperienza, e che si possa superare questa fase in cui gli albanesi, non tutti, ma almeno un certo numero di loro, cercano di vendicarsi dei Serbi e degli altri gruppi etnici per le angherie subite durante il periodo della cosiddetta “legge di emergenza” (non è un caso che anche l’apartheid in Sud Africa si basasse su una legge definita di “emergenza”).
Cosa stiamo cercando di fare per aiutare questo processo, come ci chiedono gli amici albanesi?. Da una parte stiamo lavorando a livello della cultura e dell’Università. L’estate passata sono tornato in Kossovo per circa un mese, dopo esserci stato per circa un anno nel periodo in cui ha funzionato l’Ambasciata di Pace a Pristina. Questo viaggio è stato fatto anche per conto del Rettore dell’Università di Firenze che è vice presidente della Task Force Universitaria per i Balcani, che è un gruppo accademico europeo che studia la situazione delle Università e cerca possibili soluzioni di ripresa dopo la guerra. Sulla base di incontri approfonditi e visite varie la Task Force per il Kossovo ha avanzato una serie di proposte che abbiamo portato all’attenzione dell’organismo delle Nazioni Unite che gestisce la zona in questo periodo. Abbiamo fatto anche una proposta al Governo italiano di collaborazione tra varie Università italiane e quella di Pristina, vista non solo nella sua componente albanese, ma mista, cioè come era prima dell’89, quando esisteva un’unica Università con la componente albanese e serba. Se queste indicazioni verranno approvate dal Ministero degli Esteri Italiano e riesciranno a diventare operative questo potrebbe essere un punto importante per un possibile lavoro comune tra etnie diverse.
Per quanto riguarda gli aspetti della cultura stiamo anche cercando di stimolare una riflessione sull’aspetto della vendetta e sulla necessità del suo superamento richiamando gli albanesi del Kossovo alle loro tradizioni culturali, in particolare quella della riconciliazione, come ci hanno chiesto di fare gli amici albanesi che hanno partecipato a tale movimento. Questo lo abbiamo fatto portando a conoscenza degli Albanesi l’esperienza sulla riconciliazione in Sudafrica che è stata oggetto di un bel libro, pubblicato da il Manifesto. Il saggio da me scritto su questo argomento, oltre a far conoscere l’esperienza del Sud Africa cerca anche di fare un proposta di applicazione dello stesso principio per il Kossovo, per i reati “non sistematici” (quelli cioè non perseguibili dalla Corte Internazionale dell’Aia). L’articolo da me scritto su questo argomento è stato tradotto in albanese per conto del Direttore di una delle maggiori riviste kossovare e pubblicato nel suo giornale. La speranza del Direttore, ed anche mia, è quella che la pubblicazione dell’articolo possa servire a stimolare un dibattito che ci si augura possa coinvolgere gli intellettuali delluogo, la stessa Università, ed anche i politici locali, con una tavola rotonda sull’argomento ed eventualmente con progetti specifici per l’attuazione di questo obiettivo.
Oltre a questo abbiamo un progetto di formazione di formatori locali, parzialmente finanziato dalla Regione Toscana nella sua legge sulla pace. Questo progetto punta ad incoraggiare i gruppi che sia nel Kossovo che in Serbia hanno lavorato con la nonviolenza contro la guerra, per il dialogo e la ricerca pacifica di soluzioni. Ora questi gruppi sono scoraggiati e messi ai margini. Ma la nostra speranza ed il nostro progetto è quello di rinforzarli , riportando in primo piano le loro competenze in questo campo e ristabilendo quella rete di relazioni, tra gruppi kossovari, serbi, montenegrini, macedoni, che prima della guerra era attiva, ma che ora langue a rimettersi in moto. Per far questo prevediamo di organizzare vari training alla nonviolenza, sia nei suoi aspetti di azione diretta, ma sia soprattutto nelle sue capacità di superamento dei conflitti e di ricerca di momenti e forme di riconciliazione tra i nemici e gli avversari. Abbiamo per questi training l’impegno di alcuni dei migliori trainers mondiali. Si prevedono training prima separati trai vari gruppi etnici, poi, gradualmente, dei training comuni, che li facciano interagire direttamente e servano a rimettere in funzione la rete di rapporti di cui sopra. Le persone che parteciperanno ai training dovrebbero essere quelle attive nelle varie organizzazioni non governative, dei rispettivi paesi, che fanno parte della società civile e che sono interessate alla nonviolenza. I training sarebbero finalizzati alla formazione di trainers locali che possano diffondere queste competenze ad altre persone dei loro stessi gruppi o anche agli altri gruppi attivi nel territorio.
Ma un secondo progetto cui stiamo lavorando, in collaborazione con altre Organizzazioni Non Governative italiane, come i “Beati i Costruttori di Pace”, l’ “Operazione Colomba” dell’Associazione Giovanni XXIII di Rimini, ed i “Berretti Bianchi”, è quello dell’intervento in zona di “Corpi Civili di Pace”. Questi sono già operativi in zona da vario tempo, il nostro obiettivo è quello di rinforzare il loro lavoro con maggiori e più validi collegamenti reciproci e con un rapporto più stretto con le Organizzazioni Governative della zona, in modo da stimolare queste ultime ad un lavoro più efficace e più legato ai problemi concreti della popolazione. Il lavoro che viene attualmente fatto da queste organizzazioni è nel campo dell’educazione alla pace, della comprensione interetnica e dell’interposizione non armata, nella forma di accompagnamento di persone di una etnia nelle aree controllate dall’altra.
Il gruppo che ha finora lavorato di più nel campo dell’educazione alla pace è stato quello dei “Beati i Costruttori alla Pace”. Questi durante tutta l’estate scorsa, in paesi vicino a Pec/Peja, una delle zone in cui l’odio reciproco è più forte a causa dell’immane distruzione di case albanesi compiute da paramilitari e militari serbi, e dove i serbi rimasti sono continuamente minacciati di ritorsioni e di vendette (molte già realizzate), hanno portato avanti regolarmente in vari villaggi attività di animazione dei bambini, con canti, giochi, recite, ed altre attività simili. E questo con personale del tutto volontario, non remunerato. E’ importante il commento di uno dei padri di questi bambini venuto ad assistere alla recita del figlio “E’ la prima volta — ha detto — che vedo mio figlio ridere dopo la guerra!”. Ma l’attività è servita anche a fini preventivi perché ha portato i bimbi a giocare in zone sicure, da dove le varie mine ( o messe dai serbi o delle bombe a grappolo della Nato) sono già state tolte. Molte volte invece i bambini, lasciati soli, andavano a giocare in zone ancora a rischio ed era ed è tuttora frequente il caso di bimbi uccisi o comunque invalidati dallo scoppio di una di queste mine. Ma un’altra attività importante è stata, e viene portata avanti regolarmente, quella dell’educazione alla pace di insegnanti di un comune nel quale la popolazione è tuttora mista, con una presenza quasi uguale a quella albanese di mussulmani di etnia slava che parlano, come loro lingua, il serbo-croato. In questo comune sono stati portati avanti vari incontri per insegnare ai docenti delle scuole elementari della zona, in accordo con le autorità locali, i giochi cooperativi ed altri aspetti di una educazione attiva dei bimbi alla pace. Questo è stato fatto in una prima fase separatamente, con gli insegnanti di ciascuna delle due lingue, ed in seguito insieme, con la traduzione in consecutiva in ambedue le lingue. Se si pensa che a Pristina un funzionario di una Organizzazione Governativa è stato ucciso per la strada sembra semplicemente perché si è azzardato a parlare in lingua serba, questo è un risultato da non sottovalutare per la ripresa ed il mantenimento di una convivenza tra etnie diverse.
I volontari dell’Operazione Colomba, cui collaborano anche obiettori di coscienza in servizio civile cui la legge attuale permette di svolgere una parte del proprio servizio anche all’estero come “Caschi Bianchi”, portano avanti, invece, in due zone, a Pec/Peja, ed a Mitrovica, una attività di interposizione non armata tra i due gruppi etnici in lotta reciproca. Così a Peja sono andati ad abitare, chiamati da lei, in casa di una signora anziana serba che era stata minacciata da gruppi albanesi sedicenti dell’’UCK che volevano bruciare la sua casa, e le avevano imposto di andarsene. La presenza nella casa dei volontari dell’Operazione Colomba quando gli albanesi sono venuti per bruciare la casa ha impedito che questo si avverasse. La signora è poi partita lo stesso ma ha lasciato gratuitamente la casa ai volontari dicendo “se è ancora intatta è merito vostro”. Ed in una zona vicino a Peja i volontari si sono collocati in un paesino abitato da albanesi che, però, per arrivare in città ed andare a fare spese o recarsi dal medico o all’ospedale, devono passare accanto ad un villaggio completamente abitato da serbi. Lo fanno con grande paura a causa di vari incidenti avvenuti in quella strada. La presenza dei volontari che accompagnano queste persone in città con la loro macchina ha permesso a molte di queste persone di non restare completamente isolate rispetto ai negozi ed ai servizi pubblici della città, in particolare degli ospedali. Ma i volontari dell’Operazione Colomba sono presenti anche in una zona ancora mista del nord di Mitrovica dove ancora convivono albanesi e serbi, cercando con la loro presenza, malgrado varie minacce ed anche botte, di mantenere questo carattere misto di convivenza tra etnie diverse.
I “Berretti Bianchi” invece, una nuova associazione costituita da persone che erano già state coinvolte in vari interventi di prevenzione e di pacificazione nonviolenta in Iraq, Jugoslavia, Chiapas, ecc. ha invece aperto, dopo la fine della guerra, ma con un viaggio anche durante – alcuni di loro sono scampati per miracolo alle bombe Nato – una “Ambasciata di Pace” a Belgrado, definita però, meno pomposamente, “Centro di Amicizia trai Popoli”. Questa ha collaborato e collabora con le associazioni della società civile di Belgrado, in particolare, ma non solo, con le “Donne in Nero” e con altri gruppi nonviolenti, ed ha attivato delle forme di gemellaggio tra scuole italiane e scuole della Serbia molte volte pesantemente danneggiate dalle bombe della Nato. L’idea cui sta attualmente lavorando, in collegamento con le altre associazioni su citate, compresa la Campagna Kossovo che sta progettando di aprire anche a Pristina un “Centro per l’Amicizia trai Popoli”, è quella di un gemellaggio triangolare tra varie scuole, di tutti i livelli, si spera anche a livello Universitario, con una scuola italiana che mantiene contatti stretti con una scuola serba ed una albanese e cerca così, indirettamente, in una prima fase, nella speranza di arrivare in un secondo tempo ad incontri comuni, di mantenere i rapporti anche tra i bambini o gli adulti serbi ed albanesi. Ambedue queste popolazioni sono state vittime di pulizie etniche, di bombardamenti, di crimini vari, e le interpretazioni che hanno elaborate di questi avvenimenti sono spesso distorte dalle reciproche propagande di guerra. E’ importante perciò portare avanti un processo di ricerca della verità che non dimentichi i torti di ambedue le parti (sia realizzati dai Serbi che dalla Nato) ma che non consideri la popolazione dell’altra parte come “criminale” essa stessa, ma ne veda anche il carattere di vittima di forze e di interessi che vanno molto spesso al di sopra delle loro teste. E’ solo così che si può sperare, in un futuro speriamo non troppo lontano, in una attivazione di un processo di riconciliazione, ed ad un ristabilimento di rapporti di amicizia e di confronto, e non di scontro o di guerra.
Un altro tipo di lavoro che ci è stato richiesto e che ci siamo prefissi è quello di stimolare il dialogo inter-religioso. Ci sono possibilità, c’è qualche prete cattolico che da anni mantiene aperto questo dialogo sia con i musulmani che con gli ortodossi, e ci sono anche, tra gli ortodossi, dei religiosi interessati a questo discorso. E’ perciò anche questa una strada da seguire se vogliamo un futuro di pace e di convivenza. Una recente dichiarazione congiunta dei leaders religiosi delle tre Chiese che, incontrandosi a Saraievo, hanno chiesto la fine delle violenze e delle vendette, è un passo importante in questa direzione (10).
Abbiamo fallito nel prevenire il conflitto, qualcuno ci ha detto che era un compito al di sopra delle nostre forze e che avremmo dovuto rinunciare (11); non l’abbiamo fatto, ma ci siamo trovati completamente soli a lottare contro interessi economici e strategici troppo grandi perché potessimo contrastarli. Ma speriamo e ci auguriamo che verso questo lavoro di riconciliazione non ci sia la sordità che c’è stata finora e che ci possano essere degli accordi e degli appoggi per poter lavorare non in una o due persone, ma con numeri abbastanza rilevanti.
Chiudo con una speranza: che si capisca che questo è un lavoro difficilissimo, ma necessario se vogliamo veramente che ci sia la pace e la convivenza multietnica in quella zona e non si arrivi, invece, allo scoppio di una nuova guerra che rischia di essere ancora peggiore di quella appena avuta, oppure che non si giunga alla divisione definitiva del Kossovo in due parti, una zona serba ed una albanese, il che si sta già profilando nell’area di Mitrovica. Ma il problema si pone anche per la stessa Serbia: infatti alcuni comuni del Sud erano abitati prevalentemente da albanesi che sono stati e vengono tuttora mandati via, e dove sta cominciando una risposta armata di gruppi albanesi collegati al vecchio UCK. Come si vede perciò la corrente attuale è verso una pulizia etnica reciproca e verso la costituzione di aree etnicamente pulite. Lavorare per la riconciliazione e per la convivenza multi-etnica vuol dire perciò andare contro corrente, con tutti i rischi e le difficoltà che questo comporta.
Questo è quello che stiamo cercando di fare e che riteniamo fondamentale se vogliamo realmente che queste persone restino nella zona in cui hanno vissuto fino a non molto fa, perché ci vogliono restare. Ricordo, tanto per citare, una persona serba con cui avevo fatto amicizia, che dirigeva il Media Center di Pristina, una agenzia di stampa serba, che aveva molto apprezzato il mio primo scritto sul Kossovo per la sua obiettività (12), e che mi ha ripetuto varie volte: “Se il Kossovo si stacca dalla Serbia piuttosto che andare a Belgrado vado in Grecia”. Tante persone come lui, che non hanno commesso alcun crimine, desiderano restare nella zona, ma non possono farlo perché si è creato un clima di caccia alle streghe, e tutti i Serbi ed i Rom sono considerati ladri o criminali. Ma lo stesso vale al nord invece per gli Albanesi. E questa pulizia etnica sta creando una nuova massa di profughi e rifugiati, anche nei nostri paesi, ad esempio di Rom che hanno spesso delle bellissime case nel Kossovo e vorrebbero ritornarci anche domani, ma non possono a causa del clima creatosi dopo la guerra.
Credo che una società civile non possa accettare questo clima di odio e di guerra e che sia importante che gli sforzi vengano uniti, non semplicemente per portare da mangiare, o per la ricostruzione della case, tutte cose molto importanti, ma anche per la ricostruzione di rapporti civili e di accordi, perché il problema della convivenza etnica è da affrontare se non vogliamo andare verso un mondo mono-etnico dove una convivenza tra diversi diventi impossibile.
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NOTE:
* Questo articolo riprende e sviluppa, sulla base dell’intervento fatto dall’autore al convegno di Trieste, e di una successiva visita nella zona, alcuni passaggi del saggio pubblicato nella Rivista “Testimonianze”, n.406, Luglio-Agosto 1999.
(1) Sulle possibilità di prevenire la guerra, e sulle ragioni che hanno portato al conflitto armato si veda il mio: Kossovo: una guerra annunciata, Ediz. La Meridiana, Molfetta (Ba), 1999.; ed il libro di G.Scotto, E. Arielli, La guerra del Kosovo, Anatomia di una escalation, Editori Riuniti, Roma, 1999. Utile anche il libro curato da P. Fumarola e G. Martelloni,, Kossovo tra guerra e soluzione politica, Casa Editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 2000.
(2) Uno dei più noti ricercatori per la pace, J. Galtung, direttore di Transcend, dice infatti che nel mondo ci sono molti più popoli che nazioni, e che se tutti i popoli volessero avere il loro stato il futuro dell’umanità sarebbe pieno di guerre e di violenze; ed insiste perciò sulla necessità di dar vita a stati multinazionali e multietnici e di lavorare per la convivenza multietnica non lasciandosi abbagliare dall’idea di stati “etnicamente puri”.
(3) Sulle lotte nonviolente dei Kossovari si veda la mostra fotografica organizzata dalla Campagna Kossovo che è stata presentata in molte città italiane e che può essere richiesta all’indirizzo e-mail . Tra non molto sarà disponibile anche nel sito internet, presso “Peacelink”, della Campagna stessa.
(4) Si può trovare una cronologia di queste lotte nel numero di febbraio 1997 della rivista “Guerra e Pace”.
(5) Sul movimento della riconciliazione del Kossovo si veda il n° 29, sett.-dic. 1997, della Rivista “Religioni e Società”: Kossovo, conflitto e riconciliazione in un crocevia balcanico, da me curato; oppure il libro di G. e V. Salvoldi, L. Gjergji, Kosovo – Nonviolenza per la riconciliazione, EMI, Bologna, 1999.
(6) Il testo della raccomandazione è pubblicato in “Azione Nonviolenta”, marzo 1999, pp.10-13.
(7) Si veda su questo l’articolo di N. Mandela, Perdono per il passato ma senza dimenticare, in “La Repubblica”, del 22 giugno 1999, ed il libro, Verità senza vendetta, curato da M.Flores, e pubblicato, nel 1998, da Manifesto Libri, Roma. Si veda anche il mio articolo: Kossovo: verità senza vendetta ma con giustizia, che è stato tradotto in albanese e pubblicato in una rivista kossovara “Zeri”. Il testo italiano ed inglese dell’articolo può essere richiesto al mio indirizzo e-mail su citato. Sulla base delle proposte di questo articolo la Campagna Kossovo ha presentato alla missione OSCE del Kossovo, su sua richiesta, un progetto di costituzione di tribunali civili a livello locale che lavorino in questa direzione.
(8) Vengono qui di seguito riprese alcune parti del testo : “Progetto Ambasciate di Pace” messo a punto ed approvato nel corso del Seminario di studio: Kossovo: che fare?, organizzato dalla “Campagna Kossovo per la Nonviolenza e la Riconciliazione” e dall’Associazione “Berretti Bianchi”, svoltosi a Firenze nei giorni 22-23 maggio 1999.
(9) Nella mostra fotografica su citata c’è la fotografia del momento fatidico in cui l’assemblea del Kossovo deve approvare la modifica costituzionale che toglie al Kossovo le caratteristiche statuali della sua autonomia. Da questa si vede chiaramente come solo un numero molto minore di persone rispetto a quelle che avrebbero dovuto votare alzano la mano in assenso – nella foto si possono contare 58 mani alzate ma una piccola parte dell’assemblea non è ripresa, e questo può forse portare i voti a favore a non più di 70, anche se almeno una delle mani alzate è di un funzionario di partito non avente diritto al voto – contro i 108 che avrebbero dovuto votare a favore per raggiungere la quota legalmente prevista per queste modifiche. Si veda su questo anche il libro di N. Malcolm, Kosovo, a short history, New York University Press, 1998. Egli parlando del voto del 23 marzo 1989, dopo aver accennato alle intimazioni esterne fatte con lo stazionamento di carri armati che circondavano il parlamento, e della presenza nell’aula di persone che non avrebbero avuto il diritto a votare ed invece hanno votato, scrive “In queste circostanze sono passate le modifiche costituzionali, ma senza la maggioranza di due terzi normalmente richiesta per questi cambiamenti” (p. 344).
(10) La dichiarazione è dell’8 febbraio 2000. Nel testo si dice., tra l’altro “[…] Tutte le popolazioni in Kossovo sono state sottoposte ad enormi sofferenze. Siano rese grazie a Dio che la guerra è finita, ma sfortunatamente continua ad esserci insicurezza e violenza. Nostro dovere ora è stabilire una pace durevole basata sulla verità, la giustizia e la vita comune […] riconosciamo che le nostre tradizioni spirituali e religiose possiedono molti valori in comune e che questi valori condivisi possono servire come autentica base per una mutua stima, cooperazione e libera vita in comune sull’intero territorio del Kossovo […] Ciascuna delle nostre tradizionali chiese e comunità religiose riconosce e proclama che la dignità dell’uomo e il valore umano è un dono di Dio. Le nostre fedi, ciascuna nel suo proprio modo, ci chiamano al rispetto dei fondamentali diritti umani di ogni persona. La violenza contro le persone o la violazione dei loro diritti fondamentali per noi non solo sono contrarie alle leggi fatte dagli uomini, ma anche infrangono la legge di Dio. Noi inoltre, nel mutuo riconoscimento delle nostre differenze religiose, condanniamo ogni violenza contro persone innocenti ed ogni forma di abuso o violazione dei fondamentali diritti umani, e specificamente noi condanniamo:
• atti di odio basati sull’etnicità o le differenze religiose;
• la profanazione di edifici religiosi e la distruzione di cimiteri;
• l’espulsione della gente dalle proprie case;
• l’impedimento del libero diritto di ritorno alle proprie case;
• gli atti di vendetta;
• l’abuso dei mezzi di comunicazione allo scopo di diffondere odio.
Infine, noi richiamiamo tutte le persone di buona volontà ad assumere la responsabilità delle loro proprie azioni. Trattiamo gli altri come vorremmo che essi trattassero noi.”
E Padre Sava, un prete della Chiesa Serbo Ortodossa, segretario del Vescovo Artemije, in una dichiarazione alla Radio dell’UNMIK dell’8 novembre 1999 era andato anche oltre esprimendo “il più grande dispiacere per tutto quanto è stato fatto da membri del popolo serbo e delle Forze Speciali contro i civili albanesi” ed ha descritto l’oppressione portata avanti per tanti anni contro la popolazione albanese del Kossovo come “un crimine molto grave”. Ma ha anche chiesto agli albanesi ragionevoli e onesti di dichiarare la propria opposizione alla violenza generalizzata contro i Serbi della Provincia. Ed ha aggiunto “Vediamo che molti albanesi vorrebbero che si ponesse fine alle violenze contro i Serbi, ma non possono, sono intimiditi ed impauriti come molti Serbi si sono sentiti prima”
(11) L’importanza della prevenzione è riconosciuta anche dall’attuale capo del governo italiano Massimo D’Alema, nel suo volume, Kosovo, gli italiani e la guerra A.Mondadori, Milano, 1999. Egli, alle pagine 110-111, rispondendo ad una domanda su quanto egli, i suoi colleghi europei e le sinistre in genere hanno imparato da questa guerra, dice: “abbiamo anche appreso lezioni severe: oggi sappiamo, con più chiarezza di prima, che dobbiamo impegnarci molto più a fondo nella prevenzione delle crisi. La tragedia potenziale del Kosovo era evidente già alla fine degli anni Ottanta: L’abbiamo trascurata, l’abbiamo lasciata marcire e poi esplodere ,abbiamo a lungo guardato altrove e alla fine siamo dovuti intervenire con la forza. Se avessimo reagito subito, forse [grassetto nostro] l’uso della forza, con tutte le sue drammatiche implicazioni, non sarebbe stato necessario. E’ una lezione da non dimenticare: è cruciale che la gestione della crisi sia costruita anzitutto su una capacità di prevenzione, quando possono essere ancora efficaci strumenti politici ed economici. L’uso della forza deve sempre rimanere l’eccezione”. Purtroppo le persone che hanno lavorato per la prevenzione della guerra sanno che se il nostro paese avesse lavorato seriamente su questo problema ed accolto le proposte della nostra Campagna e della Comunità di Sant’Egidio – che era riuscita a far firmare un primo accordo per la normalizzazione del sistema scolastico tra Milosevic e Rugova, e l’avesse seriamente monitorato subordinando gli aiuti e gli accordi economici con Milosevic e con la Serbia alla reale applicazione dell’accordo, e non alla sua semplice firma – il “forse” detto da D’Alema avrebbe potuto, quasi sicuramente, essere eliminato.
(12) Il testo si intitola “Kossovo: una guerra non guerreggiata”. La versione inglese del testo è stata presentata nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles, il 26 giugno 1996, alla riunione del gruppo di lavoro, promosso dal Gruppo Verde Europeo, per la costituzione dei “Corpi Civili Europei di Pace”. La versione italiana è stata pubblicata nel “Dossier Kossovo: per non dimenticare e per prevenire l‘esplosione del conflitto armato”, curato nel 1997 dalla Campagna Kossovo e mandato a tutti i gruppi parlamentari italiani. Una versione leggermente riveduta è in corso di stampa presso l’editore Angeli di Milano in un volume collettaneo dedicato alla memoria del Prof. Antonio Carbonaro, ex Direttore del Dipartimento di Studi Sociali di Firenze, di cui faccio parte.

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